Come difendersi da fake news e social

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 16/10/2017

Tutti abbiamo un cellulare sempre connesso. Tutti abbiamo un profilo su almeno un social network. “Chattiamo”, “postiamo”, mettiamo “like” e veniamo “taggati”. Ma chi insegna ai nostri figli come comportarsi e da cosa difendersi nella comunità digitale? Gli insegniamo che chattare con gli sconosciuti è pericoloso, ma ben più subdolo è l’impatto che possono avere su di loro le idee. Idee che circolano, spesso false o comunque confezionate su misura per una generazione che vive e si informa sui social network.

Nel 2016 Facebook Inc. ha avuto un utile netto di più di 10 miliardi di dollari. La domanda sorge spontanea: come fa un’azienda che ci fornisce un servizio gratuito a guadagnare così tanto? La risposta la conosciamo se abbiamo letto il contratto firmato al momento dell’iscrizione. Un contratto che secondo l’art. 1372 del codice civile ha forza di legge tra noi e l’azienda americana. Si può facilmente verificare che forniamo una licenza per l’utilizzo di tutti i contenuti coperti dal diritto di proprietà intellettuale, tra cui foto e video (art. 2.1 delle condizioni d’uso).

Il colosso americano, una volta ottenuta la licenza su nostro espresso consenso, può mostrare i nostri dati e le nostre informazioni ai suoi clienti in cambio di denaro, senza che noi ne traiamo alcun guadagno (art. 9.1). Alcune di queste informazioni vengono condivise senza che noi ce ne rendiamo conto. Se vi collegate al social da un telefono costoso l’applicazione lo capisce, immagazzina il dato e lo vende agli inserzionisti, i quali a loro volta vi mostreranno delle pubblicità adatte ad un potenziale acquirente con le vostre credenziali. Questo tipo di informazioni potete trovarle andando su impostazioni / inserzioni / le tue informazioni / le tue categorie. Vedrete che il social tiene traccia di quanto viaggiate, delle ricerche che fate, e di molto altro.

Facebook è un’azienda che vende spazi pubblicitari in modi rivoluzionari. La sua gratuità le ha permesso di conquistare molto potere e di provocare un enorme grado di assuefazione nelle persone di tutte le età. Tanti hanno confuso gratuità ed innocuità del servizio reso, dimenticando l’impatto sui singoli ed il grande guadagno in termini economici che sta dietro la condivisione di informazioni, per quanto sembrino futili. Ha reso la società digitale più reale della società materiale, ed esercita un potere enorme su di noi, perché sfruttando una psicologia profonda e complessa (Zuckerberg studiò anche psicologia) riesce ad ottenere una merce preziosissima nell’era della pubblicità. I suoi clienti, aziende di tutti i tipi, pagano miliardi di dollari per raggiungere i consumatori in modo più rapido e preciso.

Particolarmente grave sui social è la diffusione di “fake news” da parte di utenti ed inserzionisti. Notizie false e non verificate vengono diffuse secondo sperimentate strategie di mercato. Come le pubblicità, le notizie o un certo tipo di pubblicità vengono a contatto solo con determinati gruppi di persone eludendo dialogo critico sulla loro attendibilità. In questo modo diventa molto più facile la circolazione di idee pericolose e poco fondate.

Tali idee si diffondono molto facilmente perché le persone agiscono per lo più in modo irrazionale sul web. Non contano verificabilità dell’informazione ed attendibilità della fonte, due requisiti fondamentali per la circolazione delle informazioni in ambito accademico. L’informazione deve invece guadagnarsi consenso in determinati gruppi di persone, le quali a cascata penseranno che sia attendibile vedendo che degli amici la condividono (fenomeno della c.d. social proof). L’informazione infine più è conforme ai pregiudizi e al modo di pensare del gruppo con cui viene a contatto, più è probabile che venga condivisa e creduta (fenomeno del c.d. confirmation bias).

La facile ed istantanea accessibilità di Facebook ed in generale di tutti i social network porta a sminuire la percezione del potere esercitato dagli stessi su di noi e sulla società intera. Se già noi facciamo fatica a riconoscere e difenderci da questi fenomeni troppo nuovi per poterli controllare, allora come fanno i nostri figli? Nell’era della post-verità (termine coniato dal politologo Dominique Moïsi), in cui le informazioni si scambiano prima di subito, è importante aiutare le nuove generazioni a convivere consapevolmente con questi nuovi fenomeni di disinformazione. Alcuni progetti si muovono già in questa direzione, tra cui il “Quotidiano in classe“, cui partecipa anche L’Adige. Ma è fondamentale attivare a livello provinciale un’iniziativa che coinvolga anche l’Università di Trento in un progetto che aiuti a sensibilizzare gli studenti delle scuole superiori spiegando loro come difendersi dalla post-verità, e come sfruttare tutta l’utilità di internet e dei social network da soggetti e non da oggetti.

Federico Duca, Christoph Thun

Studenti della Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

  • Qui la normativa sui dati di Facebook, dove ci viene spiegato dalla stessa azienda come vengono utilizzate le nostre informazioni.

IMG_0229IMG_0230