Politica e voto nella Repubblica e-taliana

Pubblico un’interessante riflessione sull’imminente voto e sull’influenza che avranno su di esso internet e social network. Quali rischi si celano dietro questi nuovi strumenti per fare campagna elettorale? Ringrazio l’amico Christoph Thun per la concessione.

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 03/02/2018

La rivoluzione digitale in questi anni ha avuto modo di dimostrare la sua pervasività in campo politico. L’assetto tripolare che contraddistingue il nostro attuale e probabilmente futuro Parlamento è figlio di un modo nuovo di fare politica. Il M5S è imperniato su una piattaforma digitale e si è irrobustito fino ad acquisire la sua importanza attuale grazie ad un’ondata social-mediatica che lo ha reso una sorta di Leviatano, una figura quasi mitica composta da un insieme di persone che hanno assunto in questi anni un potere enorme, fino a diventare il primo partito in Italia. La digitalizzazione della politica va di pari passo con quella della pubblica amministrazione, dei pagamenti, della fotografia, e così via. Oggi è possibile essere eletti al Parlamento senza aver mai messo piede fuori di casa, postando un proprio video e candidandosi per una votazione on- line.

Oggi i partiti comunicano molto tramite strategie di social-networking. I leader condividono post su Facebook e eNews per esprimere pensieri, per chiarire punti dei loro programmi, per lanciare sfide e così i quotidiani spesso devono cercare di passare in rassegna tutte le piattaforme digitali. Piattaforme che detengono un tipo di informazione ad alto livello di caducità, che sorge dal nulla, vive la sua breve vita e scompare poco dopo in un caos digitale informe in cui solo i più arditi andrebbero a scavare. Questo alto livello di deperibilità e di versatilità dell’informazione digitale è spesso il suo punto di forza, e viene sfruttato dai politici per facilitare la loro possibilità di comunicare idee diverse a elettorati diversi, per cambiare idea, per fare promesse tanto altisonanti quando vaghe e difficilmente analizzabili. È impossibile tessere le fila del pensiero di ogni rappresentante di un partito politico, poiché dovremmo tenere traccia di documenti che hanno la stessa consistenza del fumo, e che si perdono molto facilmente nel mare dei social-network e dell’informazione digitale.

È facile sottovalutare gli effetti che questo spostamento dell’arena politica on-line ha sull’elettorato. Oggi le nuove piazze di discussione politica sono i gruppi, le chat di gruppo, le pagine sui social network, i blog e così via. Dato che spesso queste piazze digitali possono essere segrete o comunque difficilmente rintracciabili, e dato che spesso aggruppano persone che la pensano allo stesso modo, esse funzionano come scatole in cui una persona a forza di sentire l’eco delle sue idee e delle sue opinioni si convince della loro validità, inibendo il dialogo critico. In modo molto più subdolo, delocalizzato e difficilmente tracciabile da un esterno rispetto alle grandi campagne di propaganda dei regimi totalitari, piccoli gruppi di persone finiscono in queste trappole digitali e difficilmente ne escono.

Come viene catturato un elettore in questi gruppi, su queste notizie? Ne ha parlato Michele Ainis, noto costituzionalista italiano, a Bersaglio Mobile il 31/01. Quando un elettore fa delle ricerche su Google o su Facebook, a causa dello storico delle ricerche detenuto da queste aziende private, gli vengono mostrati dei risultati tendenziosi che si attagliano grazie ad algoritmi molto precisi alle proprie esigenze. Questo rende il pensiero stagnante. Manca l’acqua corrente con cui ci si scontra leggendo un quotidiano, l’incursione di altre idee e di altre opinioni che possono far cambiare una posizione. L’informazione poi non è trasparente poiché non ci sono i controlli.

Viviamo nell’era di far-west dell’informazione, di liberismo assoluto della divulgazione. Questo può essere positivo ma può diventare tanto pericoloso quanto un monopolio dell’informazione. Una marea di informazione incontrollata è letale tanto quando una dose centellinata e ben setacciata. Da poco proprio Facebook ha aperto alla possibilità di sottoporre a fact-checking le notizie che vengono condivise per cercare di imbrigliare il fenomeno. La misura va nella direzione giusta, ma l’effetto mi sembra similare a quello di un messo inviato nella pubblica piazza per cercare di persuadere con argomenti validi una folla convintissima delle proprie posizioni.

Siamo chiamati ad eleggere i nostri rappresentanti che siederanno nel Parlamento e nella Camera non già di una terza o di una quarta Repubblica Italiana, ma di un nuovo tipo di Repubblica: la Repubblica e-taliana, dove la vita politica non si vive più nelle manifestazioni, nei convegni, sui quotidiani, ma in gruppi Facebook, sui social, sui blog. Dove l’informazione è ormai dematerializzata, così come la pubblica amministrazione (basti pensare alla pec) e – oserei dire – come gran parte della vita di molte persone che oggi studiano e lavorano sul web.

Christoph Thun

(cs.thun@studenti.unitn.it)

Studente alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Trento

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