Chi sono?

Sono Federico Duca, attualmente studente di Giurisprudenza all’Università di Trento. Appassionato di politica, giornalismo e storia locale. Ho avuto il privilegio o meno di frequentare il Liceo Classico “G. Prati” a Trento.

In questo blog proverò a mettere in gioco le mie – ancora acerbe – competenze per provare a scrivere qualcosa di sensato. Ho deciso di rispolverare un vecchio sogno infantile: avevo un blog chiamato “il Piccolo Osservatore”. Adesso mutato ne “L’Osservatore.net”, si spera più maturo e critico del piccolo. Non ho nessuna pretesa di scrivere verità, ma solo di approfondire alcuni temi. Insomma, di “osservare” la realtà che mi circonda (compito già di per se assai difficile) e provare a metterne insieme alcuni pezzi.

Per suggerimenti, critiche o altro: federico.duca@studenti.unitn.it | Linktree

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I guai della città, la movida va disciplinata

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale Trentino il 15/04/2018

Ho letto molti interventi sul degrado del quartiere San Pietro. Primo tra tutti la “passeggiata nel quartiere” di Sandro Schmid sul Trentino del 20 marzo. Tutti questi interventi sono accomunati da un grosso limite, che ne preclude la comprensione completa del fenomeno. Le analisi e le opinioni espresse si fondano su un’osservazione della realtà diurna.

Non serve scomodare i romani, che vi hanno eretto l’anfiteatro della Tridentum, per sottolineare la bellezza, l’importanza e la rilevanza turistica del quartiere che versa oggi in una situazione di intollerabile degrado. I problemi che affliggono il quartiere sono quattro: spaccio di sostanze stupefacenti, scritte sui muri, sporcizia e schiamazzi notturni.

Per quanto riguarda lo spaccio, è inutile prendersi in giro: tra quest’ultimo e la movida un qualche collegamento esiste. San Pietro costituisce oggi una nuova piazza per questo illecito. Inoltre, c’è da sottolineare che il quartiere costituisce un luogo ideale per lo spaccio, che si verifica tutto il giorno e non solo di notte. Vicoli, anfratti (difficilmente raggiungibili dalle volanti delle forze dell’ordine), il parco San Marco e luoghi dove sostare creano le condizioni ideali per la proliferazione di questa attività illegale. Per spaccio e scritte vedo una immediata soluzione comune: poche telecamere nei luoghi più sensibili e più presenza delle forze dell’ordine nel quartiere, che fungano da deterrente per entrambi i problemi. L’accordo tra soprintendenza e Comune per la rimozione delle scritte è sicuramente una buona idea, ma non risolve il problema a monte (le nuove scritte apparse sulla chiesa di San Pietro ne sono la dimostrazione).

Per quanto riguarda invece sporcizia, urine e schiamazzi notturni la soluzione è ben più complessa. Poiché, come si suol dire, “la madre degli imbecilli è sempre incinta”, atti di inciviltà ci sono e ci saranno sempre nei luoghi di aggregazione notturna, a maggior ragione se gli imbecilli di cui sopra sono imbevuti di alcool. Per questo, serve una seria e definitiva organizzazione della movida cittadina per non vessare singoli quartieri.

Cosa ha fatto e cosa intende fare l’amministrazione comunale per risolvere il problema? E prima ancora, perché ha permesso che nel raggio di cento metri in linea d’aria dalla chiesa di San Pietro vi siano ben nove attività che propongono un’offerta simile e rimangono aperte oltre le nove di sera? Non serve uno statista per capire che i problemi che riguardano la quiete notturna sono e saranno all’ordine del giorno.

L’amministrazione comunale ha agito – a mio parere – in maniera sconsiderata e con soluzioni di facciata, che fanno intendere di non aver compreso la profondità del problema. A dicembre, a seguito delle più che legittime lamentele dei residenti, il comune ha emesso un’ordinanza nei confronti del locale additato di essere la causa di tutti i problemi. Questa ordinanza ha di certo migliorato la situazione, ma non la ha risolta. Pertanto l’intervento comunale, poiché non risolutivo, ha soltanto infastidito tutte le parti coinvolte.

Ritengo che il problema derivi fondamentalmente da un’annosa cattiva gestione della movida del capoluogo. Trento non è una città come le altre: qui il centro storico è ancora fortunatamente un’area residenziale. Basta guardarsi intorno per capire che siamo circondati da montagne, che l’espansione della città è agli sgoccioli e che il centro storico deve necessariamente rimanere un’area residenziale e non può essere ostaggio di una movida indisciplinata, come avviene in molte altre città italiane. Chi parlando della nostra città non postula ciò, non conosce la realtà in cui vuole agire.

Per una città atipica servono soluzioni atipiche che rispettino la quiete dei residenti, ma che allo stesso tempo possano accontentare una vasta fetta di popolazione composta da studenti universitari. Credo che movida e cultura non siano termini molto distanti e, se presi realmente in considerazione, pensati e pianificati potrebbero diventare una carta vincente per la città. Il tutto dovrebbe essere visto come una opportunità per Trento e non come una insidiosa richiesta. Una opportunità che se coniugata bene nella pratica gioverebbe a tutti: studenti, esercenti, residenti e politica.

Le soluzioni ci sarebbero. Innanzitutto, il fenomeno del quartiere San Pietro ci dimostra che mancano a Trento luoghi di aggregazione oltre mezzanotte e che i pochi che ci sono vengono – ovviamente – presi d’assalto. A rigor di logica, maggiori luoghi di aggregazione diffusi per tutta la città potrebbero risolvere la situazione e non vessare alternatamente singoli quartieri. Il prototipo di locale che funziona all’interno del centro storico è un locale che nel pomeriggio offra una valida attività culturale alla cittadinanza (conferenze, mostre e dibattiti) e che la sera invece offra svago ai più giovani senza esasperare i residenti, magari con dei live di artisti trentini emergenti all’interno. La soluzione vincente è riqualificare luoghi abbandonati e darli in gestione a privati attraverso bandi, in modo da poterne fortemente orientare i progetti. L’ottima riuscita di alcune attività 1 che provengono dalla riqualificazione di zone abbandonate ci dimostrano che la strada è assolutamente quella giusta. Il progetto di riqualificazione di piazza Mostra, per cui verranno spesi 1 milione e mezzo di euro, potrebbe per esempio essere sostenuto anche dalla riqualificazione della ex-questura in tal senso.

Molte altre, però, potrebbero essere le soluzioni. La mia è solo una proposta per un problema sentito da tutti in città. Le recenti cronache, i numerosi interventi e i fiumi di parole spesi al riguardo ci dimostrano che è un problema sentito e che va risolto. La classe dirigente che se ne farà realmente carico avrà di certo il merito tra qualche anno di aver avuto lungimiranza. Per questo, il rilancio culturale deve essere ancora al centro dell’agenda politica provinciale e comunale dei prossimi anni.

Federico Duca

Studente Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

1 mi riferisco in particolare ad attività come l’attuale Bookique. Prima luogo semi-abbandonato e degradato, adesso grazie alla riqualificazione operata dal Comune e all’ottima gestione del vincitore del bando è un buon esempio di quello che intendo. Il bando di gara per la concessione del Caffè Letterario Predara (dal sito del Comune, si veda “oggetto della gara” a p. 2 del file .pdf da scaricare) potrebbe essere il bando modello per la concessione di altri luoghi riqualificati e per la cooperazione con altri privati.

(L’immagine in copertina è stata tratta da un articolo de Il Dolomiti)

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Una fugace riflessione sulle recenti mosse di Ugo Rossi

Lettera pubblicata sul giornale Trentino il 13/04/2018 tra le lettere al direttore con il titolo “Fra sorpassi e strane uscite, ma Lei cosa pensa delle mosse di Rossi?”

Gentile direttore,

lunedì sul Trentino, Paolo Mantovan ha provato a spiegare le recenti mosse di Ugo Rossi in vista delle provinciali, che evidentemente non sono sembrate soltanto a me assolutamente inspiegabili su un piano di pura tattica politica. Non dico che il dilemma non mi faccia dormire la notte, ma sicuramente mi lascia assai spiazzato. Se come scrive Mantovan: “l’elettore sceglierà sempre l’originale, mai l’imitatore” e l’obiettivo di Rossi è di essere il futuro candidato del centrosinistra autonomista, perché queste mosse assai discutibili? Insomma, se le sue mosse non convinceranno di certo qualche pentito leghista delle politiche a votare centrosinistra, come potranno ri-convincere i suoi elettori del 2013 a confermarlo? Elettori, che avevano in mente un “Patt modernista”, pur sempre membro di una coalizione di centrosinistra. Quella che poteva sembrare una buona strategia per convincere qualche “swinging voters” rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang non solo per lui, ma per tutta la coalizione (sempre se, dopo tutto questo, deciderà di adottarlo come candidato presidente). A giudicare dai recenti tweet sarcastici di Rossi sulla vicenda (ormai la politica si svolge più attraverso Twitter che attraverso comunicati stampa), l’idea era proprio quella di smuovere le acque e fare passare il tempo. Forse, però, qualcosa nella acuta “strategia” di Rossi è andato storto…

In particolare, dopo il negato patrocinio alla sfilata del Dolomiti Pride, Rossi di certo si aspettava un forte richiamo dal Pd nazionale, avvenuto prontamente con Cirinnà e Scalfarotto. Ma, dopo l’accordo che a detta delle parole di Rossi sembrava bi-laterale sul negare il patrocinio della Regione alla sfilata, Rossi si aspettava davvero un “sorpasso” sul patrocinio dall’alleato altoatesino Kompatscher? Lei cosa ne pensa?

Federico Duca

Studente Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

  • Qui l’articolo Storia di Rossi che volle imitar la Lega di Paolo Mantovan pubblicato sul Trentino del 09/04/2018 a cui mi riferisco nella lettera

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I vincitori? Gli slogan e i “social”

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale Trentino il 22/03/2018

Si è parlato moltissimo di queste elezioni. In molti hanno definito la campagna elettorale delle elezioni del 4 marzo come “la più brutta di sempre”.

Altri hanno usato e abusato del termine “terza Repubblica”, evitando così di analizzare realmente i cambiamenti e giustificando il tutto con una nuova era politica. L’unica cosa che è cambiata e sta cambiando davvero sono gli strumenti di comunicazione di massa attraverso cui fare politica. “L’ho sentito al tg” dice mia nonna, “l’ho letto su Facebook” dice il mio coetaneo. Cosa cambia? Attraverso la televisione, l’elettore assimila inevitabilmente informazioni pre-digerite nei telegiornali.

L’unico format di vero confronto dovrebbero essere i talk show, tanto inflazionati in Italia da poterne vantare uno ogni sera. Il talk show, però, – per lo meno qui da noi – nella migliore delle ipotesi si traduce in un flatus vocis demagogico, dove il confronto è l’ultimo degli interessi delle parti coinvolte. Nella peggiore delle ipotesi, si tratta di un monologo del politico di turno sostenuto da domande concordate con il giornalista.

Con l’avvento di internet si sperava in un libero accesso alle informazioni da parte di tutti in netto contrasto con la situazione di cui sopra, ma questa falsa speranza si è tramutata in tutt’altro. Con l’inevitabile utilizzo dei social network come strumenti di propaganda elettorale si sono vanificate le poche conquiste avvenute nella televisione: par condicio e silenzio elettorale.

La settimana prima delle elezioni la mia bacheca Facebook era inondata dei post del partito “più Europa” di Emma Bonino. Vado a vedere la pagina e molti miei cari amici vi avevano apposto il loro “mi piace”. A giudicare dalla mia bacheca prima del 4 marzo, la lista proporzionale “più Europa” avrebbe dovuto prendere minimo il 10%. Iniziano allora a sorgere i dubbi: ma perché vedo solo questi post? Gli altri partiti dove sono finiti? Perché vedo i post di quella pagina senza nemmeno avervi apposto il mio “mi piace”?

Non è difficile indagare il motivo di tutto ciò: basta vedere come funzionano le Pagine sul sito Facebook business. Il social di Zuckerberg dà la possibilità a chiunque di estendere il pubblico dei propri post, pagando. I criteri sono semplici: “scegli le persone che hanno messo “mi piace” alla tua Pagina, estendi la copertura agli amici oppure seleziona un pubblico nuovo che puoi personalizzare in base a età, luogo, interessi e molto altro”. Ecco allora, tutto torna. I miei amici simpatizzano per la Bonino e hanno messo “mi piace” alla sua pagina, sarò sicuramente anche io un simpatizzante e Facebook decide di farmi visualizzare i suoi post. Alla faccia della par condicio, mi viene da dire.

E’ giusto applicare metodi pubblicitari che vanno bene per le aziende anche alla politica? Metà dei miei coetanei si informa sui social network (per essere ottimisti), come più di metà delle persone della generazione dei miei genitori si informa con la televisione. Lasciare di fatto in mano ai social network i criteri di selezione dei post delle bacheche di una grande fetta di elettorato mi sembra una follia, soprattutto sapendo che presto o tardi questa fetta di elettorato diventerà la totalità di esso.

Non mi stupisce, dunque, facendo un ragionamento ex post, che in una campagna così confusa e in un momento di crisi economico-sociale la maggioranza degli italiani si sia affidata a forze politiche che fanno un uso strategico degli slogan. Nella realtà virtuale sono i partiti ad avere il coltello dalla parte del manico: sanno già a che tipo di persone andrà a finire quel tipo di messaggio.

In questa situazione che io considero a tutti gli effetti drammatica, la mia giovane età e le scelte di studi fatte mi obbligano a essere ottimista. Gli strumenti di comunicazione di massa sono cambiati, il mondo è cambiato e non si è passati semplicemente dalla Seconda alla Terza Repubblica. E’ un dato di fatto, che una volta postulato serve per agire concretamente.

Scontato dire che serva una precisa regolamentazione, come è avvenuto progressivamente anche per la televisione. Porre regole nella realtà virtuale risulta, però, immensamente difficile, poiché gran parte di essa è totalmente oscura. Mi riferisco soprattutto a canali di propaganda non ufficiali come pagine e gruppi Facebook o gruppi Whatsapp, nei quali è ancora più facile la diffusione di fake news. Sono certo però che eminenti giuristi “contaminati” da altre discipline come la psicologia, l’informatica e la sociologia, sapranno trovare le giuste soluzioni. Uso deliberatamente il termine “contaminati”, vista la diffidenza che c’è al riguardo all’interno del mondo del diritto.

Il ruolo del giornalismo in questo scenario è fondamentale. In una realtà così complessa il giornalista ha la grandissima responsabilità di spacchettarla e renderla fruibile e comprensibile ai lettori. Di questi temi si legge poco sui giornali, forse per il semplice fatto che il gap generazionale rende indecifrabile ai giornalisti di adesso la pervasività dei social network. L’analisi della realtà del giornalista di oggi deve comprendere anche la realtà virtuale; con la graduale scomparsa del cartaceo i giornali devono attrezzarsi e adattarsi alla realtà in cui viviamo. Iniziative come quelle del Trentino che ha promosso (anche sui social) interviste “alla mano” ai candidati con il giornalista Andrea Selva, vanno sicuramente nella giusta direzione.

Infine, vedo straordinarie opportunità per fare buona politica attraverso i social. Il politico 2.0 dovrebbe essere abile nel loro uso: attraverso Twitter può confrontarsi rapidamente con gli elettori, visto il limite dei caratteri. Con Facebook, invece, potrebbe rendicontare quotidianamente la sua attività politica.

Essere appassionato di politica e stare parecchio tempo – ahimè – sui social network ti fa constatare che così non avviene. I social per i nostri politici locali sono visti come luogo dove fare solo propaganda. I post si intensificano a ridosso degli appuntamenti elettorali, in caso di vittoria ci sono lunghi ringraziamenti e, infine, durante il mandato, qualche post al mese, giusto per ricordare di essere ancora vivi.

Solo a ricordarmi l’importanza di questi nuovi strumenti in campagna elettorale, negli ultimi tempi ho visto riapparire nella mia bacheca post di politici locali a cui avevo apposto il mio “mi piace” e che hanno abilmente sponsorizzato la loro pagina Facebook in vista delle provinciali. Non è difficile, muniti di carta e penna, segnarsi e sapere i futuri candidati di ottobre (o coloro che ambiscono ad esserlo) in base alla loro recente attività sui social.

Con le provinciali alle porte, voglia essere il mio intervento anche una sorta di “vademecum” per i candidati, da portare sempre nel taschino, affinché alle prossime elezioni possano prevalere le proposte e non gli slogan.

Federico Duca

  • Dietro ogni grande leader, c’è sempre un grande Social Media Manager”, così si potrebbero riassumere queste prime vere elezioni nell’era digitale. Non direi proprio sia un caso che dietro a Matteo Salvini vi sia Luca Morisi, docente universitario, esperto di internet, genio precoce che parla ben sei lingue (qui il suo cv dal sito di UniVr). Per chi volesse capirne di più consiglio caldamente la visione di Lo stato social andato in onda su Sky (purtroppo da me visto solo dopo la stesura dell’articolo). Un racconto delle elezioni giorno per giorno da un altro punto di vista: i social. Nel racconto non parlano i leader, ma i Social Media Manager, persone a mio parere ancora più importanti dei leader. Si parla anche del vinci Salvini, da me accennato in Il vento leghista ha travolto e abbattuto il centro-sinistra autonomista.

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Il vento leghista ha travolto e abbattuto il centro-sinistra autonomista

Lettera pubblicata sul giornale l’Adige il 09/03/2018 con il titolo “Riscatto centrosinistra con candidati competenti”

Dal “vinci Salvini” al vince Salvini. Il “vinci Salvini” è stata una gara social tra i seguaci del leader leghista, svoltasi nell’arco della campagna elettorale. Il principio – per intenderci – era lo stesso dei punti che si accumulano al supermercato di fiducia facendo la spesa. Il premio, però, non consisteva in un allettante servizio di piatti. Il vincitore giornaliero poteva vantare una telefonata con il Capitano e la diffusione della sua foto sui canali social della Lega. Come accumulare punti? Semplice. Mettendo “mi piace” ai post della pagina nel più breve tempo possibile: più rapido era il tuo “mi piace”, più punti accumulavi.

Questa gara social degna delle più abili menti del marketing è l’emblema di come si sia svolta questa campagna elettorale e, del resto, non è un caso che ne sia protagonista proprio una delle forze vincitrici. La gara sfrutta gli algoritmi di Facebook per cui un post che prende più “mi piace” in poco tempo è più visibile di altri nella bacheca. Ovviamente, anche gli altri partiti non si sono risparmiati quanto ad attività sui social, come è giusto che sia.

L’ultima campagna elettorale ci ricorda che bisognerebbe studiare l’influenza di questi nuovi strumenti di comunicazione sulla politica. Il tema è così importante e complicato che dovrebbe interessare studiosi di ogni disciplina, dal diritto alla sociologia, dal marketing alla psicologia. Ogni giorno dovrebbero esserci seminari e tavole rotonde nelle università, invece, è già tanto trovare qualcosa sui giornali. Forse è perché solo noi giovani che viviamo i social network ogni giorno ne comprendiamo veramente la pervasività.

Il successo della Lega, però, non è solo un successo nei social. La mattina del 5 marzo il consenso della Lega è diventato concreto. E’ possibile che una forza politica si sia affermata solo grazie a una straordinaria campagna social (straordinaria quanto a mezzi e risultati, intendiamoci)? No, i miracoli non esistono. Il successo della lega è da ascrivere anche a una campagna elettorale fatta di gazebi, di ascolto, di volontariato, di manifestazioni nelle piazze e di presenza sul territorio. Una campagna elettorale umile e fatta di slogan, che hanno dato un volto alle incertezze.

In Trentino assistiamo a una debacle totale del centro-sinistra autonomista. Mi stupisce molto che la coalizione di governo provinciale non abbia saputo nemmeno lontanamente prevedere una tale sconfitta. In questi giorni, si sono sentiti moltissimi confronti con il 2008: altro caso in cui l’”anomalia trentina” si è fatta trasportare dai venti nazionali. Peccato che la situazione nel 2008 fosse ben diversa, in quanto in quel caso almeno l’uninominale di Rovereto con Claudio Molinari aveva resistito ai venti.

In queste ultime elezioni il vento ha lasciato ben poco. L’unica “vincitrice” del centro-sinistra è stata Emanuela Rossini del Patt. Difficile definirla una vittoria, anzi. La Rossini è stata eletta grazie alla lista proporzionale regionale per la Camera. L’alleanza Svp-Patt prevede un candidato trentino del Patt, dopo il primo esponente altoatesino. Risulta difficile anche soltanto riportarlo, quando si parla di un candidato di tale calibro: la Rossini non è stata eletta grazie allo stentato 5% del Patt, ma grazie ai voti dei cugini altoatesini della Svp. E’, dunque, di certo non grazie ai voti degli elettori trentini che il centro-sinistra autonomista avrà un’interlocutrice con Roma, se dovesse riconfermarsi alle provinciali di ottobre.

Altra cosa, poi, è cambiata dal 2008: alla guida del governo provinciale di centro-sinistra siede un membro del partito autonomista. Risulta, nonostante ciò, invariato il trend del Patt alle elezioni nazionali. La Lega, il partito che più tende a una linea autonomista, invece, ha più che raddoppiato le sue percentuali rispetto al 2013.

Vista la situazione e una volta ammessa la sonora sconfitta (sarebbe già un buon passo avanti), il centro-sinistra dovrebbe dare dimostrazione di un serio cambio di rotta per poter solo aspirare a riconfermarsi alle provinciali di ottobre. Come?

Innanzitutto, prendendo spunto dai vincitori alle politiche. Incentrando la campagna elettorale sui cittadini con comizi nelle piazze e gazebi. Il centro-sinistra deve fare una campagna elettorale “da opposizione” e, cioè, per quello che effettivamente è a livello nazionale. Le politiche rassicurano che l’élite cittadina sta con il centro-sinistra, ma se andiamo a vedere i risultati nelle periferie e nelle valli cambia tutto. Nelle tre circoscrizioni della periferia di Trento ha vinto la destra, a Gardolo il candidato de Bertoldi ha doppiato Panizza, per non parlare poi delle valli. Il centro-sinistra deve scendere dal piedistallo dell’intellettualismo cittadino e parlare con la gente. Questo sarà possibile solo attraverso l’aiuto degli amministratori locali, che dovranno essere in prima linea nella campagna elettorale. La coalizione – se ci sarà – dovrà riprendersi con il sudore voto per voto e paese per paese. Dovrà ascoltare, interpretare e saper rappresentare il malessere di periferia e valli.

Secondo poi, dovrà rispondere a suon di competenze e non a suon di parole o post su facebook. Mi sembra un’utopia, ma è anche azzardato pensare di poter ricostruire la coalizione dal basso e dal nulla in soli sette mesi, come si sente dire da alcuni in questi giorni. Bisognava, forse, pensarci prima. Ormai è troppo tardi, ma non ha senso piangere sul latte versato. Non c’è tempo: mancano sette mesi con una afosa estate in mezzo. I volti noti della coalizione – sonoramente sconfitti alle politiche – dovrebbero mettersi da parte e lasciare spazio a membri della società civile trentina. Si dovrebbe riuscire a cooptare persone che eccellano nel loro campo e che vogliano mettere a disposizione competenze e conoscenze per la Provincia. L’elettore dovrebbe già conoscere ex ante parte della squadra di governo per potersi affidare e fidare delle competenze dei candidati.  Solo lasciando spazio a membri illustri della società civile trentina e a buoni amministratori locali che possano fare bene anche in consiglio provinciale il centro-sinistra può aspirare a riconfermarsi.

E’ chiedere troppo? Forse sarò un visionario, ma a mio parere soltanto attraverso una buona campagna elettorale e volti nuovi il centro-sinistra dopo gli scrutini di ottobre potrà dire a testa alta: “ci abbiamo provato” o “ce la abbiamo fatta”. L’ultima parola spetta, del resto, sempre agli elettori.

Buon lavoro.

Federico Duca

losservatore.net

Studente Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

  • Per chi volesse farsi un’idea generale con dati e statistiche delle attività sui social di ogni singolo partito, consiglio: Lotta politica a colpi di like di M.L.Janiri su lavoce.info
  • Qui i risultati delle ultime elezioni politiche in Provincia di Trento anno per anno: 2008, 2013 e 2018.
  • Qui, infine, i risultati di quest’anno a Trento divisi per circoscrizioni.

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Trento, città che dorme, per i giovani si fa poco

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 21/02/2018 e su l’Universitario

L’editoriale di domenica del direttore ha riportato alla mia mente un altro editoriale, per ironia della sorte pubblicato esattamente tre anni fa. Domenica 22 febbraio la colonna sinistra dell’Adige titolava “Comunali 2015: le priorità che Trento deve darsi”. Alla vigilia delle comunali del maggio 2015, Giovanetti riassumeva la situazione cittadina in vista delle elezioni.

Non servono certificate competenze comparatistiche per confrontare i due editoriali e per affermare tristemente che trascorsi questi tre lunghi anni la situazione a livello urbanistico è rimasta pressoché invariata.

Sempre le solite annose questioni, già ampiamente analizzate nell’editoriale di domenica e su cui non mi dilungo: Hotel Panorama, ex carcere, ex Italcementi etc…

Mentre Bolzano viaggia e diventa città europea e universitaria, Trento dorme sotto le calde coperte dell’immobilismo urbanistico e culturale. Nel frattempo, gli studenti trentini vengono attratti dall’offerta degli altri atenei (o delle altre città?) e come dicono i dati Ispat: i trentini che scelgono Trento per studiare all’università sono passati da 7.708 a 5.870 in cinque anni. Solo poco più della metà dei trentini, ormai, studia a Trento, gli altri hanno scelto atenei italiani tra cui anche la Libera Università di Bolzano, scelta da ben 467 trentini. Non servivano i dati Ispat per affermare che Trento non attira i giovani trentini a rimanere per gli studi universitari: molti sono gli amici che sono andati fuori, ma ancora di più quelli che volevano andarsene e che per un motivo o per l’altro sono rimasti.

Non era sicuramente questo il risultato sperato dalla lungimiranza di Bruno Kessler, che volle l’università per non vedere un Trentino piccolo e provinciale. Con le sue straordinarie politiche si andò a sanare una situazione che si protraeva fin dall’inizio del Novecento: finalmente i Trentini grazie a Kessler ebbero la loro università italiana e non furono più costretti ad andare altrove in cerca di formazione.

Trento è una città che non attrae i giovani a rimanere, è un dato di fatto. Trento ha bisogno dello slancio europeo, che sta avendo luogo a Bolzano, per iniziare ad attrarre. E’ innegabile che la totale mancanza di un’opposizione valida e di governo a livello comunale non ha aiutato il contrasto all’immobilismo. Forse i giornali locali avrebbero potuto fare di più, come ha provato a fare l’Adige con l’editoriale di domenica e, precedentemente, con lo spazio dedicato ai cittadini prima delle comunali del 2015.

Il compito dei media in questi casi dovrebbe essere quello di sostituirsi all’opposizione assente e fare il “lavoro sporco” di essa, criticando costruttivamente, controllando e puntellando la maggioranza immobile. Purtroppo da anni a Trento non si è verificata quella che in democrazia si definirebbe una sana alternanza e ben che meno una campagna elettorale alla pari.

La verità è che a Trento serve un forte e significativo slancio, ma per arrivare a ciò serve progettualità e pianificazione; parole fortunatamente non estranee alla politica trentina. Questa progettualità deve avvenire su due piani: urbanistico e culturale.

Sul piano urbanistico, può avvenire attraverso un’intesa sinergica tra pubblico e privato: Bolzano è la viva testimonianza che ciò è possibile. L’emblema di una totale assenza di pianificazione in tale campo a Trento è proprio la ferrovia del Brennero. Tra nove anni si inaugurerà il nuovo tunnel del Brennero e Trento, come Bolzano, dovrà essere pronta ad accoglierlo con un progetto all’altezza (di cui si vede forse solo l’ombra). Una pianificazione in tale campo potrebbe avvenire, perché no, anche attraverso maggior potere e valore – ma talvolta basterebbe il semplice ascolto – della circoscrizione. Organo di mezzo tra consiglio comunale e quartieri, che dovrebbe percepire i reali bisogni della collettività attraverso una maggiore vicinanza ai cittadini.

Sul piano culturale, invece, le proposte già in città non mancano, ma è innegabile che serva un salto di qualità. L’idea non deve essere quella di creare un parco dei divertimenti, ma maggiore organizzazione in tale campo serve proprio a evitare il peggio: un centro storico semi-deserto alla mercé di turismo e movida selvaggi come avviene in molte città italiane. Una città che aspira ad essere europea e universitaria come Trento deve assolutamente garantire una proposta di intrattenimento culturale all’altezza delle aspettative. Si potrebbe facilmente iniziare, soprattutto nel centro storico, favorendo chi – come già fa – coniuga abilmente cultura e divertimento.

Solo riuscendo in una maggiore pianificazione dell’urbanistica e in un carnet più ampio degli eventi culturali, Trento riuscirà tra qualche anno ad essere la città europea e universitaria che aspira ad essere, lasciandosi una volta per tutte alle spalle il clima culturalmente asfittico del passato. Io sono tra i trentini che hanno deciso di rimanere a Trento a studiare, amo la mia città e ne vedo le straordinarie potenzialità.

E’ vero, Trento è ben messa rispetto a molte altre realtà italiane, ma questo non può essere o diventare un alibi per abbandonarsi all’immobilismo. Il passato politico virtuoso certamente aiuta quanto a vivere di rendita, ma non in termini di aspettative, che sono – proprio grazie a questo passato – più alte. Trento nei prossimi anni deve e può guardare in alto, non solo geograficamente.

Federico Duca

losservatore.net

Studente Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

  • Per gli appassionati di statistica e i puntigliosi (fanno bene ad esserlo), i dati a cui faccio riferimento sono stati presi dal sito dell’istituto di statistica della provincia di autonoma di Trento (Ispat). In particolare, nell’annuario statistico on-line i dati si trovano nel cap. VI sull’istruzione: tavola 27 (iscritti all’Università per luogo di studio: anni accademici 1993/1994 – 2015/2016), tavola 28 (iscritti all’Università, per luogo di studio, genere, area, tipologia e classe: anno accademico 2015/2016) e tavola 37 (iscritti all’Università di Trento, per luogo di residenza: anni accademici 1990/1991 – 2016/2017). Mi preme, infine, sottolineare che i dati Ispat non tengono conto degli studenti trentini iscritti in università estere, ma solo nelle altre Regioni italiane. Se si tenesse conto anche di essi, con ogni probabilità – ai fini delle nostre statistiche – i trentini universitari che studiano fuori sarebbero più dei trentini universitari che sono rimasti a Trento.
  • L’amministrazione comunale ha risposto alle mie critiche in un’intervista a Mariachiara Franzoia (Pd) di Andrea Selva pubblicata sul Trentino. Minuto 2 in poi.

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Politica e voto nella Repubblica e-taliana

Pubblico un’interessante riflessione sull’imminente voto e sull’influenza che avranno su di esso internet e social network. Quali rischi si celano dietro questi nuovi strumenti per fare campagna elettorale? Ringrazio l’amico Christoph Thun per la concessione.

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 03/02/2018

La rivoluzione digitale in questi anni ha avuto modo di dimostrare la sua pervasività in campo politico. L’assetto tripolare che contraddistingue il nostro attuale e probabilmente futuro Parlamento è figlio di un modo nuovo di fare politica. Il M5S è imperniato su una piattaforma digitale e si è irrobustito fino ad acquisire la sua importanza attuale grazie ad un’ondata social-mediatica che lo ha reso una sorta di Leviatano, una figura quasi mitica composta da un insieme di persone che hanno assunto in questi anni un potere enorme, fino a diventare il primo partito in Italia. La digitalizzazione della politica va di pari passo con quella della pubblica amministrazione, dei pagamenti, della fotografia, e così via. Oggi è possibile essere eletti al Parlamento senza aver mai messo piede fuori di casa, postando un proprio video e candidandosi per una votazione on- line.

Oggi i partiti comunicano molto tramite strategie di social-networking. I leader condividono post su Facebook e eNews per esprimere pensieri, per chiarire punti dei loro programmi, per lanciare sfide e così i quotidiani spesso devono cercare di passare in rassegna tutte le piattaforme digitali. Piattaforme che detengono un tipo di informazione ad alto livello di caducità, che sorge dal nulla, vive la sua breve vita e scompare poco dopo in un caos digitale informe in cui solo i più arditi andrebbero a scavare. Questo alto livello di deperibilità e di versatilità dell’informazione digitale è spesso il suo punto di forza, e viene sfruttato dai politici per facilitare la loro possibilità di comunicare idee diverse a elettorati diversi, per cambiare idea, per fare promesse tanto altisonanti quando vaghe e difficilmente analizzabili. È impossibile tessere le fila del pensiero di ogni rappresentante di un partito politico, poiché dovremmo tenere traccia di documenti che hanno la stessa consistenza del fumo, e che si perdono molto facilmente nel mare dei social-network e dell’informazione digitale.

È facile sottovalutare gli effetti che questo spostamento dell’arena politica on-line ha sull’elettorato. Oggi le nuove piazze di discussione politica sono i gruppi, le chat di gruppo, le pagine sui social network, i blog e così via. Dato che spesso queste piazze digitali possono essere segrete o comunque difficilmente rintracciabili, e dato che spesso aggruppano persone che la pensano allo stesso modo, esse funzionano come scatole in cui una persona a forza di sentire l’eco delle sue idee e delle sue opinioni si convince della loro validità, inibendo il dialogo critico. In modo molto più subdolo, delocalizzato e difficilmente tracciabile da un esterno rispetto alle grandi campagne di propaganda dei regimi totalitari, piccoli gruppi di persone finiscono in queste trappole digitali e difficilmente ne escono.

Come viene catturato un elettore in questi gruppi, su queste notizie? Ne ha parlato Michele Ainis, noto costituzionalista italiano, a Bersaglio Mobile il 31/01. Quando un elettore fa delle ricerche su Google o su Facebook, a causa dello storico delle ricerche detenuto da queste aziende private, gli vengono mostrati dei risultati tendenziosi che si attagliano grazie ad algoritmi molto precisi alle proprie esigenze. Questo rende il pensiero stagnante. Manca l’acqua corrente con cui ci si scontra leggendo un quotidiano, l’incursione di altre idee e di altre opinioni che possono far cambiare una posizione. L’informazione poi non è trasparente poiché non ci sono i controlli.

Viviamo nell’era di far-west dell’informazione, di liberismo assoluto della divulgazione. Questo può essere positivo ma può diventare tanto pericoloso quanto un monopolio dell’informazione. Una marea di informazione incontrollata è letale tanto quando una dose centellinata e ben setacciata. Da poco proprio Facebook ha aperto alla possibilità di sottoporre a fact-checking le notizie che vengono condivise per cercare di imbrigliare il fenomeno. La misura va nella direzione giusta, ma l’effetto mi sembra similare a quello di un messo inviato nella pubblica piazza per cercare di persuadere con argomenti validi una folla convintissima delle proprie posizioni.

Siamo chiamati ad eleggere i nostri rappresentanti che siederanno nel Parlamento e nella Camera non già di una terza o di una quarta Repubblica Italiana, ma di un nuovo tipo di Repubblica: la Repubblica e-taliana, dove la vita politica non si vive più nelle manifestazioni, nei convegni, sui quotidiani, ma in gruppi Facebook, sui social, sui blog. Dove l’informazione è ormai dematerializzata, così come la pubblica amministrazione (basti pensare alla pec) e – oserei dire – come gran parte della vita di molte persone che oggi studiano e lavorano sul web.

Christoph Thun

(cs.thun@studenti.unitn.it)

Studente alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Trento

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Come difendersi da fake news e social

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 16/10/2017

Tutti abbiamo un cellulare sempre connesso. Tutti abbiamo un profilo su almeno un social network. “Chattiamo”, “postiamo”, mettiamo “like” e veniamo “taggati”. Ma chi insegna ai nostri figli come comportarsi e da cosa difendersi nella comunità digitale? Gli insegniamo che chattare con gli sconosciuti è pericoloso, ma ben più subdolo è l’impatto che possono avere su di loro le idee. Idee che circolano, spesso false o comunque confezionate su misura per una generazione che vive e si informa sui social network.

Nel 2016 Facebook Inc. ha avuto un utile netto di più di 10 miliardi di dollari. La domanda sorge spontanea: come fa un’azienda che ci fornisce un servizio gratuito a guadagnare così tanto? La risposta la conosciamo se abbiamo letto il contratto firmato al momento dell’iscrizione. Un contratto che secondo l’art. 1372 del codice civile ha forza di legge tra noi e l’azienda americana. Si può facilmente verificare che forniamo una licenza per l’utilizzo di tutti i contenuti coperti dal diritto di proprietà intellettuale, tra cui foto e video (art. 2.1 delle condizioni d’uso).

Il colosso americano, una volta ottenuta la licenza su nostro espresso consenso, può mostrare i nostri dati e le nostre informazioni ai suoi clienti in cambio di denaro, senza che noi ne traiamo alcun guadagno (art. 9.1). Alcune di queste informazioni vengono condivise senza che noi ce ne rendiamo conto. Se vi collegate al social da un telefono costoso l’applicazione lo capisce, immagazzina il dato e lo vende agli inserzionisti, i quali a loro volta vi mostreranno delle pubblicità adatte ad un potenziale acquirente con le vostre credenziali. Questo tipo di informazioni potete trovarle andando su impostazioni / inserzioni / le tue informazioni / le tue categorie. Vedrete che il social tiene traccia di quanto viaggiate, delle ricerche che fate, e di molto altro.

Facebook è un’azienda che vende spazi pubblicitari in modi rivoluzionari. La sua gratuità le ha permesso di conquistare molto potere e di provocare un enorme grado di assuefazione nelle persone di tutte le età. Tanti hanno confuso gratuità ed innocuità del servizio reso, dimenticando l’impatto sui singoli ed il grande guadagno in termini economici che sta dietro la condivisione di informazioni, per quanto sembrino futili. Ha reso la società digitale più reale della società materiale, ed esercita un potere enorme su di noi, perché sfruttando una psicologia profonda e complessa (Zuckerberg studiò anche psicologia) riesce ad ottenere una merce preziosissima nell’era della pubblicità. I suoi clienti, aziende di tutti i tipi, pagano miliardi di dollari per raggiungere i consumatori in modo più rapido e preciso.

Particolarmente grave sui social è la diffusione di “fake news” da parte di utenti ed inserzionisti. Notizie false e non verificate vengono diffuse secondo sperimentate strategie di mercato. Come le pubblicità, le notizie o un certo tipo di pubblicità vengono a contatto solo con determinati gruppi di persone eludendo dialogo critico sulla loro attendibilità. In questo modo diventa molto più facile la circolazione di idee pericolose e poco fondate.

Tali idee si diffondono molto facilmente perché le persone agiscono per lo più in modo irrazionale sul web. Non contano verificabilità dell’informazione ed attendibilità della fonte, due requisiti fondamentali per la circolazione delle informazioni in ambito accademico. L’informazione deve invece guadagnarsi consenso in determinati gruppi di persone, le quali a cascata penseranno che sia attendibile vedendo che degli amici la condividono (fenomeno della c.d. social proof). L’informazione infine più è conforme ai pregiudizi e al modo di pensare del gruppo con cui viene a contatto, più è probabile che venga condivisa e creduta (fenomeno del c.d. confirmation bias).

La facile ed istantanea accessibilità di Facebook ed in generale di tutti i social network porta a sminuire la percezione del potere esercitato dagli stessi su di noi e sulla società intera. Se già noi facciamo fatica a riconoscere e difenderci da questi fenomeni troppo nuovi per poterli controllare, allora come fanno i nostri figli? Nell’era della post-verità (termine coniato dal politologo Dominique Moïsi), in cui le informazioni si scambiano prima di subito, è importante aiutare le nuove generazioni a convivere consapevolmente con questi nuovi fenomeni di disinformazione. Alcuni progetti si muovono già in questa direzione, tra cui il “Quotidiano in classe“, cui partecipa anche L’Adige. Ma è fondamentale attivare a livello provinciale un’iniziativa che coinvolga anche l’Università di Trento in un progetto che aiuti a sensibilizzare gli studenti delle scuole superiori spiegando loro come difendersi dalla post-verità, e come sfruttare tutta l’utilità di internet e dei social network da soggetti e non da oggetti.

Federico Duca, Christoph Thun

Studenti della Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

  • Qui la normativa sui dati di Facebook, dove ci viene spiegato dalla stessa azienda come vengono utilizzate le nostre informazioni.

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Oltre all’Autonomia si insegni anche il diritto

Lettera pubblicata sul giornale l’Adige il 29/08/2017

Il Trentino, ancora alla fine degli anni Cinquanta, rimaneva in una situazione economicamente arretrata, tanto che era classificato nei piani di programmazione nazionale come “zona montana depressa”. Mancava un’università e i Trentini “promettenti” erano costretti a scappare in cerca di formazione altrove. Basta consultare – andando un po’ indietro – gli scritti politici di Cesare Battisti per trovare “sulla domanda di una Università italiana in Austria” e comprendere la situazione, che è rimasta pressoché immutata dopo le due guerre.

Gli anni Sessanta sono, però, gli anni della svolta. In questi anni nasce l’Istituto Trentino di Cultura, che poi diventerà Libera Università degli Studi di Trento. Grazie a una classe dirigente responsabile che ha fatto della programmazione un vero e proprio metodo di governo tra 1970 e il 1979 il Trentino può vantare di un tasso di crescita del 5,6% annuo, mentre quello italiano si ferma al 3,8%. L’autonomia e una buona classe di burocrati hanno aiutato politici lungimiranti come Bruno Kessler a portare il Trentino a essere pioniere a livello nazionale quanto a urbanistica e pianificazione economica. Nell’estate del 1967 con l’approvazione del piano urbanistico provinciale (Pup) – di cui ha parlato l’assessore Daldoss in un suo recente intervento sull’Adige – e nel 1968 con il piano economico provinciale (Pep).

Lo statuto del 1972 ha modificato radicalmente gli assetti autonomistici e delineato il sistema in cui viviamo. Le province autonome di Trento e Bolzano rappresentano un unicum nel quadro legislativo italiano e vengono spesso portate come esempio di buon governo. Mi è capitato però spesso, discutendo con coetanei, di percepire l’autonomia come poco sentita e compresa dai giovani. Vista perlopiù o come un privilegio o come una situazione solo transitoria verso il più “normale” centralismo. Merito, forse, dei sempre più frequenti invidiosi attacchi esterni o di un programma di storia dell’ultimo anno che si ferma – nei casi più fortunati – a poco dopo la seconda guerra mondiale.

Ben venga, dunque, la mozione del consigliere Lorenzo Baratter approvata nel dicembre 2014. L’idea iniziale del consigliere era quella di far diventare la storia dell’autonomia una vera e propria materia scolastica. Idea – mi permetto di affermare – dai contorni dubbi e anche un po’ maleodorante di propaganda politica.

A ottobre dell’anno scorso però la presentazione del progetto “officina della storia” gestito dagli studiosi della Fondazione Museo storico del Trentino ha fugato ogni dubbio. Con l’a.s. 2016/2017 lo studio dell’autonomia è entrato a far parte obbligatoriamente (nel rispetto, però, dell’autonomia scolastica di ogni singola scuola) dei progetti di istituto e la Fondazione ha elaborato dei percorsi ad hoc per spiegare agli studenti la storia dell’autogoverno trentino con proposte che spaziano dal principato vescovile al Novecento.

Progetto, quindi, che – in questi termini – assolve anche a “promuovere la consapevolezza della specialità trentina, la conoscenza degli usi, dei costumi e delle tradizioni trentine nonché la conoscenza della storia locale e delle istituzioni autonomistiche”: lettera d dell’art. 2 (Finalità e principi generali) della legge provinciale sulla scuola del 2006. Inoltre, lasciando da parte slogan e propaganda politica, come a detta del presidente Rossi: “autonomia vuol dire consapevolezza ed educazione alla cittadinanza”. Questo progetto sicuramente, vista la qualità dell’offerta, può essere un’ottima occasione per completare questi due obiettivi.

Vi è però un’altra finalità da perseguire: “educare ai principi della vita, della legalità e della cittadinanza responsabile, della pace, della solidarietà e della cooperazione anche internazionale, rafforzando nei giovani la dimensione globale della loro cittadinanza” (lettera f, art. 2 della legge). Mi riferisco in particolare all’educazione civica. Dovrebbe essere una priorità promuovere a livello provinciale, oltre all’insegnamento della storia dell’autonomia, iniziative di educazione alla cittadinanza nelle scuole per contrastare l’ondivaga linea nazionale al riguardo.

Credo, soprattutto, potrebbe essere utile l’insegnamento dei fondamenti del diritto anche in collaborazione con l’Università. Parlo di alcune conoscenze base quali: le fonti del diritto e il funzionamento degli organi costituzionali. Per poi non parlare del funzionamento delle istituzioni europee, che influenzano – più o meno consapevolmente – il nostro quotidiano con regolamenti ad efficacia diretta. Conoscenze, queste, che vengono richieste agli studenti nei test di ingresso alle università di ambito economico-giuridico e che devono per ora essere acquisite autonomamente.

L’introduzione di iniziative in questo campo sarebbe una secca risposta anche al distacco dei giovani dalla politica; sempre più un dato di fatto che un luogo comune. L’insegnamento del diritto in tal senso, mi preme sottolinearlo, non sarebbe in chiave aziendalistica, ma con il nobile intento di formare un cittadino consapevole e abile di muoversi nella realtà che lo circonda. Intento per ora affidato perlopiù alla fortuna del singolo studente di trovare professori sensibili o meno al riguardo.

Federico Duca

  • Qui la legge provinciale sulla scuola del 2006 a cui faccio riferimento nella lettera
  • Qui più dettagli sulla proposta per le scuole della Fondazione Museo storico del Trentino (dal sito dell’ufficio stampa della Provincia autonoma di Trento)

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Le lezioni private, “ricetta” sbagliata

Pubblico qui un interessantissimo intervento sulle lezioni private: emblema della distanza tra scuola e famiglia. Ringrazio il prof. Giovanni Ceschi, docente di Latino e Greco al Liceo classico, per la gentile concessione. Felice di aver anche soltanto ispirato un tale intervento, vi auguro buona lettura.

Articolo pubblicato in prima pagina sul giornale l’Adige il 07/08/2017

Uno studente, dopo aver letto il mio intervento sull’Adige di qualche giorno fa, ha osservato che emblema della distanza tra scuola e famiglia sono le lezioni private imperversanti specie nel periodo estivo, come conseguenza delle carenze formative assegnate al termine dell’anno scolastico. E bravo Federico. Ne traggo anzitutto la considerazione che esistono eccome, studenti riflessivi sulla scuola e non soltanto nella scuola. Mi chiedo poi se il problema sia peculiarmente trentino e rispondo subito che no, è problema nazionale. Sintomo di una scuola che funziona così così, senza distinzione di latitudine.

Fin dal Dlgs 297/94 (art. 508, sulle incompatibilità) gli insegnanti sono tenuti ad avvertire i presidi qualora decidano di dare ripetizioni, in ragione del salario aggiuntivo percepito, ad astenersi dall’accettare richieste di studenti del proprio istituto, a dichiarare fiscalmente le entrate.

Inutile dire che la normativa è in genere elusa, con indifferenza consapevole di una sostanziale improficuità del sistema scuola nel colmare le lacune generate, o comunque non arginate, dal sistema stesso. Al punto che, alcuni anni orsono, un collega di Como che rilasciava ricevuta fu accolto dall’opinione pubblica come un marziano.

In Trentino il mercato delle ripetizioni private è persino favorito dal meccanismo di promozione che, avendo abolito l’esame a settembre, genera nelle situazioni più gravi una progressiva voragine di competenza che i genitori tentano disperatamente di colmare, inconsapevoli di una soglia limite oltre la quale c’è comunque promozione ma diciamolo pure – anche impossibilità di recuperare un livello decente.

Preferibile, certo, a quanti hanno già mangiato la foglia e trasformato il proprio figliolo in una sorta di «non avvalente» della disciplina. Promozione (e aggiuntiva vergogna) garantita, anche qui. Casi limite, per fortuna.

Resta il fatto che il mercato delle ripetizioni prolifera anche dove l’esame a settembre è rimasto, e alla spudoratezza subentra l’ipocrisia. L’obiettivo è in quel caso più immediato: il superamento dell’anno; la percezione da parte delle famiglie non diversa: una scuola che abdica al proprio ruolo educativo e dichiara livelli di successo formativo sulla carta, in presenza di un’efficacia tanto limitata da indurre ad affidarsi a docenti esterni, più o meno giovani e quotati, chiamati a sopperire non sempre solo alle lacune degli studenti ma anche – talora in primis – a quelle degli insegnanti titolari di cattedra.

Nessuna difesa d’ufficio per chi non s’impegna, s’intende. Ognuno sta solo, trafitto dal proprio destino, non di rado in una gabbia auto-costruita. Ma spesso alla salutifera piaga delle lezioni private soggiacciono in particolare quelle famiglie che hanno percezione di un livello non adeguato raggiunto dai figli; talora anche di fronte a una promozione senza carenze. A dire che se è la scuola a mentire, per quieto vivere, soddisfazione (?) dell’utenza e dirigenti interessati più al premio produttività che alla produttività di una scuola premiante davvero, ebbene: saranno i genitori più consapevoli a perseguire quel livello autentico cui la stessa istituzione ha abdicato, timbrando in nome del marketing autentici falsi in atto pubblico.

«Lettera a una professoressa» di don Lorenzo Milani compie cinquant’anni. Così vi si legge, con tono forse un po’ generalizzante per l’epoca ma profetico dell’attualità: «Ci sono dei professori che fanno ripetizioni a pagamento. Invece di rimuovere gli ostacoli, lavorano a aumentare le differenze. La mattina sono pagati da noi per fare scuola eguale a tutti. La sera prendono denaro dai più ricchi per fare scuola diversa ai signorini. A giugno, a spese nostre, siedono in tribunale e giudicano le differenze. Non è che il babbo di Gianni non sappia che esistono le ripetizioni. È che avete creato un’atmosfera per cui nessuno dice nulla. Sembrate galantuomini».

La differenza sostanziale di quella scuola dalla nostra, di cinquant’anni dopo, si misura con il metro dell’onestà intellettuale: ora i docenti siedono in commissione d’esame di maturità (o di superamento della carenza formativa) e dichiarano che sì, quella carenza formativa o quell’esame risultano superati. Non ci sono più nemmeno volontà e coraggio di mettere in luce una distanza tra scuole differenti: tutti egualmente diplomati e soddisfatti. Ma la differenza resta e sarà messa in luce, impietosamente, dalla vita. Pierini e Gianni senza distinzione, all’esame della vita adulta, saranno premiati o puniti semmai dall’avere avuto genitori consapevoli o inclini all’auto-inganno. E intanto sembriamo galantuomini.

Giovanni Ceschi

Insegna Latino e Greco al Liceo classico

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Invalsi a metà: Governo ostaggio della sinistra sindacale

Sul Corriere della Sera di ieri, Roger Abravanel (editorialista che seguo da tempo e che ha contribuito al dibattito pubblico sulla meritocrazia in ogni campo) ha commentato gli esiti della maturità di quest’anno pubblicati dal Miur, che ormai non fanno più notizia. Solito straripante successo delle scuole del Sud con una collezione di 100 e lode nettamente superiore a quella del Nord. Come nella mia recente lettera all’Adige, Abravanel propone i test Invalsi sia per ridare credibilità all’esame di maturità, sia in ottica di sostituire con essi i test d’ingresso universitari.

“Siamo in ritardo, ma la direzione è quella giusta” scrive Abravanel. Prima del decreto attuativo n. 62 del 13 aprile 2017 della legge n. 107/2015 (detta anche “buona scuola”), la direzione era effettivamente quella giusta. Il ministro Fedeli era orientato a includere nell’esame del secondo ciclo di istruzione i test Invalsi in sostituzione della terza prova. Con il decreto, però, c’è stato un “inspiegabile” passo indietro e i test Invalsi saranno solo di contorno alla nuova maturità del 2018/2019. I test Invalsi si terranno in un diverso periodo dell’anno e non andranno a comporre il voto finale, ma saranno soltanto allegati al “curriculum della studentessa e dello studente” e requisito necessario per l’ammissione all’esame di Stato.

Dopo il decreto è stata immediata la reazione della sinistra sindacale e politica. Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi: “Siamo sconcertati: le studentesse e gli studenti sono stati completamente inascoltati. Le nostre istanze sui test Invalsi non sono state minimamente prese in considerazione e il risultato del test verrà affiancato a quello della maturità”. E poi più avanti c’è stato l’affondo dei Cobas che hanno proclamato sciopero per il 3 e il 9 maggio: “dal quadro generale degli otto decreti attuativi della legge 107 – dichiarano i Cobas – emerge la centralità attribuita ai quiz Invalsi nella valutazione delle scuole, degli studenti e dei docenti. Per questa ragione il sindacato ha deciso di boicottarli.” Sciopero poi non tenutosi: l’astensione proclamata dai Cobas è stata annullata dalla commissione di garanzia a causa di una sovrapposizione con un’altra protesta del pubblico impiego. Studenti e docenti della sinistra sindacale, quindi, tutti uniti contro la valutazione dell’istituto Invalsi.

Questo “inspiegabile” passo indietro del Consiglio dei Ministri è davvero così inspiegabile?

Non è poi così difficile immaginarsi una reazione di questa parte di sinistra dinnanzi all’introduzione totale – e non parziale e incompleta come adesso – dei test Invalsi nell’esame di maturità. Il Governo, già fragile, sarebbe stato messo in crisi da scioperi ben più reclamati dai sindacati. L’obiettivo del Consiglio dei Ministri è stato forse quello di contenere la sinistra sindacale (già ampiamente provocata con la Buona scuola), che dovrebbe vedere nel Pd e nel Governo la rappresentazione delle proprie istanze.

Il Governo è stato ostaggio di una scuola ormai incallita nel conservatorismo della sinistra sindacale, che come una vecchia si lamenta dei suoi mali, ma non vuole nemmeno andare dal dottore a farseli diagnosticare. La valutazione fa paura. Meglio una zuccherina soluzione omeopatica; meglio i test invalsi introdotti a metà.

L’omeopatia, però, non funzionerà ancora a lungo. Speriamo di non dover recarci al suo funerale.

Federico Duca

  • Qui tutti i dati sulla maturità del 2017 pubblicati su “Info Data” del Sole 24 Ore

 

Pensiamo ai test Invalsi anche per la maturità

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 22/07/2017

É estate ed è tempo di scrutini anche per la scuola. Come ogni anno, viene pubblicato il rapporto sui risultati Invalsi dal ministero e come sempre emerge che in Italia vi sono ancora troppe differenze tra nord e sud. E’ grazie ai dati Invalsi che emergono analisi di pregio come quella della prof.ssa Maria De Paola pubblicata sull’Adige di mercoledì 19 luglio. Peccato che analisi di questo tipo tendano poi ad evaporare con l’afa estiva e a inizio anno scolastico ci si è già dimenticati del problema che rimane annoso.

Anche quest’anno la maturità è finita e la scuola può riporre nell’armadio i suoi vestiti buoni in attesa del prossimo. La scuola d’estate si fa bella e si traveste da istituzione: il flebile “consiglio di classe” si fa da parte e lascia spazio alla temuta “commissione”. I maturandi sono per la prima volta da soli – o così dovrebbe essere – dinnanzi ai loro limiti. La maturità è la prima vera prova della vita e il clan familiare si risveglia e pone attenzioni mai viste sul pargolo interessato, forse per paura di far sfigurare il buon nome della famiglia con un esito negativo o forse per l’importanza che la maturità rivestiva prima.

Vi è ancora nei nostri genitori l’idea di una maturità che possa influenzare la nostra carriera lavorativa. La realtà, però, è tutt’altra. Gli alunni nell’ultimo anno sono alle prese con una miriade di impegni (certificazioni linguistiche, patente di guida e test di ingresso all’università) e la maturità diventa quasi marginale. Nel bel mezzo della primavera e della preparazione all’esame di stato irrompono molte università – come ospiti scomodi e famelici – con i loro test di ingresso dove vengono richieste conoscenze e competenze diverse dall’esame. E’ inevitabile la corsa degli alunni, che agognano molto più l’ingresso all’università che un buon voto alla maturità. Questa situazione è emblematica di come non vi sia intesa tra università e scuola superiore di secondo grado.

Il risultato è che adesso la maturità nella realtà fattuale non è nient’altro che un mero rito di passaggio dissacrato. Con il decreto attuativo n. 62 del 13 aprile 2017 della famigerata legge di delega n. 107/2015 (c.d. “buona scuola”) si è persa una grandissima occasione per poter ridare linfa vitale all’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione.

L’idea iniziale di riforma era quella di mantenere la prima e la seconda prova, sostituendo però la terza prova con un test Invalsi nazionale di italiano, matematica e inglese. Poi, però, ad aprile c’è stato un “inspiegabile” passo indietro e dall’a.s. 2018/2019 gli alunni dovranno sostenere una maturità dove viene abolita la terza prova, data più importanza in crediti al percorso scolastico del triennio e nel colloquio orale il candidato esporrà – al posto della solita tesina – “anche mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l’esperienza di alternanza scuola-lavoro svolta nel percorso di studi” (art. 17 co. 9 del decreto legislativo).

L’Invalsi che fine ha fatto? E’ stata aggiunta, per fortuna, la valutazione della lingua inglese (come previsto) “attraverso prove di posizionamento sulle abilita’ di comprensione e uso della lingua, coerenti con il Quadro comune di riferimento europeo per le lingue, eventualmente in convenzione con gli enti certificatori” (art. 19 co. 2).

L’Invalsi però verrà effettuato in un periodo diverso e non a ridosso dalla maturità, ma dovrà essere sostenuto dai candidati per essere ammessi all’esame di stato e l’esito distintamente per ciascuna delle discipline verrà annotato nel “diploma finale e curriculum della studentessa e dello studente” (art. 21).

Si è persa una grande occasione escludendo il test Invalsi. Includerlo nella maturità sarebbe stato in linea con la ratio della norma che a detta del ministro Fedeli doveva essere di “migliorare la qualità del sistema nazionale di istruzione”.

Con l’introduzione del test Invalsi nella maturità si sarebbero, infatti, potuti perseguire a livello nazionale degli obiettivi comuni cercando di limare le diseguaglianze tra nord e sud. Inoltre, un test Invalsi uguale per tutti a livello nazionale – creato in accordo con le università – avrebbe potuto avere un valore rilevante per l’ammissione all’università in aggiunta a eventuali test di ammissione meno invasivi. Si sarebbe, insomma, potuta ridare vitalità all’esame di maturità rendendolo di nuovo utile e inserito nel sistema attuale.

Non si chiede che la scuola superiore sia schiava e finalizzata all’università, ma una maggiore intesa e leale collaborazione tra questi due mondi sarebbe auspicabile. Forse abbiamo perso una buona occasione per fare iniziare a cooperare davvero questi due universi.

Federico Duca

Studente della Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

  • Qui il decreto attuativo n. 62 del 13 aprile 2017 pubblicato in Gazzetta Ufficiale a cui faccio riferimento nella lettera.


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Restituiteci il nostro calcio

Lettera pubblicata parzialmente su La Gazzetta dello Sport il 29/04/2015 

Gli avvenimenti di domenica sono stati non solo una sconfitta per il mondo sportivo italiano, ma per tutto il Paese. È intollerabile che in un paese civile degli appassionati di un qualsiasi sport debbano continuamente assistere inermi a tali soprusi. Poi a maggior ragione se lo sport in questione è il calcio: lo sport più bello e diffuso al mondo. Definito nobilmente in un articolo di Gian Arturo Ferrari così: “Il calcio non è uno sport, non è solo uno sport: è una metafora della vita. La sua immensa popolarità da questo dipende, dall’essere simile e vicino alla vita, dal concentrare in 90 minuti le vicissitudini, i mutamenti, i modi di essere e di sentirsi che si allungano nei decenni, nelle vite di tutti.”

Quello che sta accadendo è che una minoranza spinta dal fanatismo e dall’ignoranza – non sicuramente dalla passione per lo sport – tenta ogni domenica di sopraffare con la violenza la maggioranza di appassionati di calcio che vorrebbe assistere a una partita tranquillamente, magari anche con i propri figli.

Il ruolo del calcio comprende anche qualcosa di più sottile; non facilmente percettibile. Lo dico da giovane: il calciatore è un mentore dalle fattezze di un eroe greco per i ragazzini dal taglio di capelli all’atteggiamento in campo. L’imitazione ha, quindi, un ruolo fondamentale in questo compito quasi educativo. Che esempio da uno scazzottamento? Ma, soprattutto, che esempio danno i tentativi di giustificarlo da parte di una società?

Per quanto riguarda, invece, i fatti di Torino sospendere il campionato non porterebbe a nulla di fatto, ma un segnale davvero coeso da parte di tutta la comunità sportiva contro questa minoranza che vuole rovinare il nostro sport potrebbe portare a qualcosa. Affinché questa minoranza non diventi la maggioranza e la normalità servono punizioni esemplari senza aspettare altro tempo.

I “grandi” devono dare da esempio ai “piccoli” sia nel primo che nel secondo caso. Restituite il calcio a chi lo ama.

Federico Duca

Sportivo e studente di liceo classico

  • La lettera è stata pubblicata parzialmente nella rubrica “Porto Franco” del giornalista Franco Arturi (p. 21, La gazzetta dello Sport, 29/04/2015) in un discorso più ampio riguardo i numerosi e continui atti di violenza che si sono verificati e si verificano dentro e fuori gli stadi italiani.

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Biblioteca di via Roma, degrado non più tollerabile

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 23/02/2015

Vorrei porre all’attenzione dell’amministrazione comunale e dell’opinione pubblica un problema ormai noto: il degrado della sede centrale della biblioteca di Trento. Penso che, in quanto studente, sia per me più urgente questo problema, piuttosto che qualsiasi altro inerente la movida. Ho deciso di scrivere questo appello quando uno di questi giorni, da frequentatore abituale della biblioteca per consultazione e studio, sono entrato nella magnifica sala liberty Manzoni adibita alla consultazione e l’ho confusa con una sala dedita al bivacco. Mi sono sentito profondamente offeso e mi sento ogni volta offeso come cittadino a vedere la profanazione di un tale luogo storico e di cultura. La nostra biblioteca non solo rappresenta la storia della nostra città, ma di tutto il Trentino: fu aperta al pubblico nel 1856 e rappresenta tutta la nostra storia in quanto luogo di memoria e documentazione della cultura italiana del nostro territorio, organizzata però con il modello generale tedesco di biblioteca tripartita (dreigeteilte Bibliothek).

L’immenso patrimonio culturale è reso fruibile da un personale estremamente valido e competente che permette una media di 652 prestiti al giorno. La situazione di degrado va a precluderne le finalità (articolo 2, «finalità e compiti» del regolamento della biblioteca comunale e dell’archivio storico), dove non mi pare compaiano lati assistenziali dell’istituzione. Inoltre, la biblioteca subisce una continua e recidiva violazione dell’articolo 8 («diritti e doveri degli utenti») punto 4: taluni individui, infatti, continuano a violare il silenzio e a comunicare verbalmente attraverso apparecchi mobili, recando disturbo agli altri utenti e al personale. I divanetti della sala Manzoni posti per la consultazione vengono usati per il bivacco di senzatetto e altri individui non proprio raccomandabili, i bagni sono inagibili se non poco dopo la pulizia, anche perché usati non prettamente per esigenze fisiologiche e, infine, sono continui i diverbi che disturbano la quiete. La presenza della ronda, che, intendiamoci, svolge correttamente il suo lavoro, è pressoché inutile visto che una volta sollecitati, questi riprendono le loro consuete attività. Episodi di degrado e spaccio, inoltre, si registrano dal 2008 e, considerando che la ristrutturazione si è conclusa nel 2002, la cittadinanza ha potuto beneficiare serenamente del servizio per soli sei anni.

L’interrogativo sorge spontaneo: è questo il triste destino a cui sono esposte la cultura e la storia della nostra città? Invece di appellarsi al buonismo, al moralismo e all’accoglienza, se non anche al lassismo ad ogni costo – strada di gran lunga più facile – perché non riconoscere il problema e tentare di risolverlo con raziocinio? Bisognerebbe, innanzitutto, definire e circoscrivere cultura e assistenza e per prima cosa fornire ai senzatetto le adeguate strutture di accoglienza. La vicinanza alla stazione non è una giustificazione, anzi, una ulteriore manifestazione di assenza territoriale. Si potrebbero immediatamente apportare delle soluzioni: per quanto riguarda la sala Manzoni, usare la sala solo per il prestito e non per studio e consultazione, togliendo i divanetti per evitare, quindi, il bivacco. I bagni, invece, basterebbe chiuderli per obbligare così gli utenti a depositare un documento o il tesserino per avere la chiave di ingresso. Si dovrebbe garantire un maggiore controllo soprattutto al piano terra; si potrebbe pensare a una sorta di isolamento del piano terra come alla Sala Borsa di Bologna per filtrare l’accesso ai piani superiori attraverso maggiore controllo.

Queste sono solo proposte, poi spetta alla giunta prendere gli opportuni provvedimenti. È pur vero che siamo un’isola felice e che dobbiamo questa felicità a un’autonomia guadagnata, ma per preservarla e, perché no, migliorarla bisogna riconoscere e agire sui problemi; risolvere ciò può essere uno degli ultimi obiettivi della giunta attuale o il primo della prossima. Io continuo a studiare, possibilmente ogni tanto anche nella nostra bellissima biblioteca quando il clima sarà più sereno.
Nell’attesa e nella speranza che la sede di via Roma venga restituita ai cittadini e ai fruitori.

Federico Duca
Studente del Liceo classico «G. Prati»

  • Qui la lettera pubblicata su l’Adige.it
  • Il giorno successivo al mio intervento è stato pubblicato su l’Adige il servizio di Marica Viganò “In biblioteca c’è chi stende i panni: viaggio nella sede di via Roma, luogo di bivacco per i tanti senza tetto” (p. 18, l’Adige, 24/02/2015). Nel servizio è presente un’intervista al dirigente della biblioteca e un’intervista ai consiglieri comunali Corrado Bungaro (presidente della commissione cultura) e Manfred de Eccher.
  • La lettera è stata inserita in un tentativo da parte del direttore dell’Adige di far emergere alcune criticità della città in vista delle elezioni comunali, lasciando spazio ai cittadini. Nella stessa settimana il sindaco di Trento, Alessandro Andreatta, ha risposto alle critiche con un intervento sullo stesso giornale.
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La lettera è anche su l’Adige.it