I vincitori? Gli slogan e i “social”

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale Trentino il 22/03/2018

Si è parlato moltissimo di queste elezioni. In molti hanno definito la campagna elettorale delle elezioni del 4 marzo come “la più brutta di sempre”.

Altri hanno usato e abusato del termine “terza Repubblica”, evitando così di analizzare realmente i cambiamenti e giustificando il tutto con una nuova era politica. L’unica cosa che è cambiata e sta cambiando davvero sono gli strumenti di comunicazione di massa attraverso cui fare politica. “L’ho sentito al tg” dice mia nonna, “l’ho letto su Facebook” dice il mio coetaneo. Cosa cambia? Attraverso la televisione, l’elettore assimila inevitabilmente informazioni pre-digerite nei telegiornali.

L’unico format di vero confronto dovrebbero essere i talk show, tanto inflazionati in Italia da poterne vantare uno ogni sera. Il talk show, però, – per lo meno qui da noi – nella migliore delle ipotesi si traduce in un flatus vocis demagogico, dove il confronto è l’ultimo degli interessi delle parti coinvolte. Nella peggiore delle ipotesi, si tratta di un monologo del politico di turno sostenuto da domande concordate con il giornalista.

Con l’avvento di internet si sperava in un libero accesso alle informazioni da parte di tutti in netto contrasto con la situazione di cui sopra, ma questa falsa speranza si è tramutata in tutt’altro. Con l’inevitabile utilizzo dei social network come strumenti di propaganda elettorale si sono vanificate le poche conquiste avvenute nella televisione: par condicio e silenzio elettorale.

La settimana prima delle elezioni la mia bacheca Facebook era inondata dei post del partito “più Europa” di Emma Bonino. Vado a vedere la pagina e molti miei cari amici vi avevano apposto il loro “mi piace”. A giudicare dalla mia bacheca prima del 4 marzo, la lista proporzionale “più Europa” avrebbe dovuto prendere minimo il 10%. Iniziano allora a sorgere i dubbi: ma perché vedo solo questi post? Gli altri partiti dove sono finiti? Perché vedo i post di quella pagina senza nemmeno avervi apposto il mio “mi piace”?

Non è difficile indagare il motivo di tutto ciò: basta vedere come funzionano le Pagine sul sito Facebook business. Il social di Zuckerberg dà la possibilità a chiunque di estendere il pubblico dei propri post, pagando. I criteri sono semplici: “scegli le persone che hanno messo “mi piace” alla tua Pagina, estendi la copertura agli amici oppure seleziona un pubblico nuovo che puoi personalizzare in base a età, luogo, interessi e molto altro”. Ecco allora, tutto torna. I miei amici simpatizzano per la Bonino e hanno messo “mi piace” alla sua pagina, sarò sicuramente anche io un simpatizzante e Facebook decide di farmi visualizzare i suoi post. Alla faccia della par condicio, mi viene da dire.

E’ giusto applicare metodi pubblicitari che vanno bene per le aziende anche alla politica? Metà dei miei coetanei si informa sui social network (per essere ottimisti), come più di metà delle persone della generazione dei miei genitori si informa con la televisione. Lasciare di fatto in mano ai social network i criteri di selezione dei post delle bacheche di una grande fetta di elettorato mi sembra una follia, soprattutto sapendo che presto o tardi questa fetta di elettorato diventerà la totalità di esso.

Non mi stupisce, dunque, facendo un ragionamento ex post, che in una campagna così confusa e in un momento di crisi economico-sociale la maggioranza degli italiani si sia affidata a forze politiche che fanno un uso strategico degli slogan. Nella realtà virtuale sono i partiti ad avere il coltello dalla parte del manico: sanno già a che tipo di persone andrà a finire quel tipo di messaggio.

In questa situazione che io considero a tutti gli effetti drammatica, la mia giovane età e le scelte di studi fatte mi obbligano a essere ottimista. Gli strumenti di comunicazione di massa sono cambiati, il mondo è cambiato e non si è passati semplicemente dalla Seconda alla Terza Repubblica. E’ un dato di fatto, che una volta postulato serve per agire concretamente.

Scontato dire che serva una precisa regolamentazione, come è avvenuto progressivamente anche per la televisione. Porre regole nella realtà virtuale risulta, però, immensamente difficile, poiché gran parte di essa è totalmente oscura. Mi riferisco soprattutto a canali di propaganda non ufficiali come pagine e gruppi Facebook o gruppi Whatsapp, nei quali è ancora più facile la diffusione di fake news. Sono certo però che eminenti giuristi “contaminati” da altre discipline come la psicologia, l’informatica e la sociologia, sapranno trovare le giuste soluzioni. Uso deliberatamente il termine “contaminati”, vista la diffidenza che c’è al riguardo all’interno del mondo del diritto.

Il ruolo del giornalismo in questo scenario è fondamentale. In una realtà così complessa il giornalista ha la grandissima responsabilità di spacchettarla e renderla fruibile e comprensibile ai lettori. Di questi temi si legge poco sui giornali, forse per il semplice fatto che il gap generazionale rende indecifrabile ai giornalisti di adesso la pervasività dei social network. L’analisi della realtà del giornalista di oggi deve comprendere anche la realtà virtuale; con la graduale scomparsa del cartaceo i giornali devono attrezzarsi e adattarsi alla realtà in cui viviamo. Iniziative come quelle del Trentino che ha promosso (anche sui social) interviste “alla mano” ai candidati con il giornalista Andrea Selva, vanno sicuramente nella giusta direzione.

Infine, vedo straordinarie opportunità per fare buona politica attraverso i social. Il politico 2.0 dovrebbe essere abile nel loro uso: attraverso Twitter può confrontarsi rapidamente con gli elettori, visto il limite dei caratteri. Con Facebook, invece, potrebbe rendicontare quotidianamente la sua attività politica.

Essere appassionato di politica e stare parecchio tempo – ahimè – sui social network ti fa constatare che così non avviene. I social per i nostri politici locali sono visti come luogo dove fare solo propaganda. I post si intensificano a ridosso degli appuntamenti elettorali, in caso di vittoria ci sono lunghi ringraziamenti e, infine, durante il mandato, qualche post al mese, giusto per ricordare di essere ancora vivi.

Solo a ricordarmi l’importanza di questi nuovi strumenti in campagna elettorale, negli ultimi tempi ho visto riapparire nella mia bacheca post di politici locali a cui avevo apposto il mio “mi piace” e che hanno abilmente sponsorizzato la loro pagina Facebook in vista delle provinciali. Non è difficile, muniti di carta e penna, segnarsi e sapere i futuri candidati di ottobre (o coloro che ambiscono ad esserlo) in base alla loro recente attività sui social.

Con le provinciali alle porte, voglia essere il mio intervento anche una sorta di “vademecum” per i candidati, da portare sempre nel taschino, affinché alle prossime elezioni possano prevalere le proposte e non gli slogan.

Federico Duca

  • Dietro ogni grande leader, c’è sempre un grande Social Media Manager”, così si potrebbero riassumere queste prime vere elezioni nell’era digitale. Non direi proprio sia un caso che dietro a Matteo Salvini vi sia Luca Morisi, docente universitario, esperto di internet, genio precoce che parla ben sei lingue (qui il suo cv dal sito di UniVr). Per chi volesse capirne di più consiglio caldamente la visione di Lo stato social andato in onda su Sky (purtroppo da me visto solo dopo la stesura dell’articolo). Un racconto delle elezioni giorno per giorno da un altro punto di vista: i social. Nel racconto non parlano i leader, ma i Social Media Manager, persone a mio parere ancora più importanti dei leader. Si parla anche del vinci Salvini, da me accennato in Il vento leghista ha travolto e abbattuto il centro-sinistra autonomista.

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Politica e voto nella Repubblica e-taliana

Pubblico un’interessante riflessione sull’imminente voto e sull’influenza che avranno su di esso internet e social network. Quali rischi si celano dietro questi nuovi strumenti per fare campagna elettorale? Ringrazio l’amico Christoph Thun per la concessione.

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 03/02/2018

La rivoluzione digitale in questi anni ha avuto modo di dimostrare la sua pervasività in campo politico. L’assetto tripolare che contraddistingue il nostro attuale e probabilmente futuro Parlamento è figlio di un modo nuovo di fare politica. Il M5S è imperniato su una piattaforma digitale e si è irrobustito fino ad acquisire la sua importanza attuale grazie ad un’ondata social-mediatica che lo ha reso una sorta di Leviatano, una figura quasi mitica composta da un insieme di persone che hanno assunto in questi anni un potere enorme, fino a diventare il primo partito in Italia. La digitalizzazione della politica va di pari passo con quella della pubblica amministrazione, dei pagamenti, della fotografia, e così via. Oggi è possibile essere eletti al Parlamento senza aver mai messo piede fuori di casa, postando un proprio video e candidandosi per una votazione on- line.

Oggi i partiti comunicano molto tramite strategie di social-networking. I leader condividono post su Facebook e eNews per esprimere pensieri, per chiarire punti dei loro programmi, per lanciare sfide e così i quotidiani spesso devono cercare di passare in rassegna tutte le piattaforme digitali. Piattaforme che detengono un tipo di informazione ad alto livello di caducità, che sorge dal nulla, vive la sua breve vita e scompare poco dopo in un caos digitale informe in cui solo i più arditi andrebbero a scavare. Questo alto livello di deperibilità e di versatilità dell’informazione digitale è spesso il suo punto di forza, e viene sfruttato dai politici per facilitare la loro possibilità di comunicare idee diverse a elettorati diversi, per cambiare idea, per fare promesse tanto altisonanti quando vaghe e difficilmente analizzabili. È impossibile tessere le fila del pensiero di ogni rappresentante di un partito politico, poiché dovremmo tenere traccia di documenti che hanno la stessa consistenza del fumo, e che si perdono molto facilmente nel mare dei social-network e dell’informazione digitale.

È facile sottovalutare gli effetti che questo spostamento dell’arena politica on-line ha sull’elettorato. Oggi le nuove piazze di discussione politica sono i gruppi, le chat di gruppo, le pagine sui social network, i blog e così via. Dato che spesso queste piazze digitali possono essere segrete o comunque difficilmente rintracciabili, e dato che spesso aggruppano persone che la pensano allo stesso modo, esse funzionano come scatole in cui una persona a forza di sentire l’eco delle sue idee e delle sue opinioni si convince della loro validità, inibendo il dialogo critico. In modo molto più subdolo, delocalizzato e difficilmente tracciabile da un esterno rispetto alle grandi campagne di propaganda dei regimi totalitari, piccoli gruppi di persone finiscono in queste trappole digitali e difficilmente ne escono.

Come viene catturato un elettore in questi gruppi, su queste notizie? Ne ha parlato Michele Ainis, noto costituzionalista italiano, a Bersaglio Mobile il 31/01. Quando un elettore fa delle ricerche su Google o su Facebook, a causa dello storico delle ricerche detenuto da queste aziende private, gli vengono mostrati dei risultati tendenziosi che si attagliano grazie ad algoritmi molto precisi alle proprie esigenze. Questo rende il pensiero stagnante. Manca l’acqua corrente con cui ci si scontra leggendo un quotidiano, l’incursione di altre idee e di altre opinioni che possono far cambiare una posizione. L’informazione poi non è trasparente poiché non ci sono i controlli.

Viviamo nell’era di far-west dell’informazione, di liberismo assoluto della divulgazione. Questo può essere positivo ma può diventare tanto pericoloso quanto un monopolio dell’informazione. Una marea di informazione incontrollata è letale tanto quando una dose centellinata e ben setacciata. Da poco proprio Facebook ha aperto alla possibilità di sottoporre a fact-checking le notizie che vengono condivise per cercare di imbrigliare il fenomeno. La misura va nella direzione giusta, ma l’effetto mi sembra similare a quello di un messo inviato nella pubblica piazza per cercare di persuadere con argomenti validi una folla convintissima delle proprie posizioni.

Siamo chiamati ad eleggere i nostri rappresentanti che siederanno nel Parlamento e nella Camera non già di una terza o di una quarta Repubblica Italiana, ma di un nuovo tipo di Repubblica: la Repubblica e-taliana, dove la vita politica non si vive più nelle manifestazioni, nei convegni, sui quotidiani, ma in gruppi Facebook, sui social, sui blog. Dove l’informazione è ormai dematerializzata, così come la pubblica amministrazione (basti pensare alla pec) e – oserei dire – come gran parte della vita di molte persone che oggi studiano e lavorano sul web.

Christoph Thun

(cs.thun@studenti.unitn.it)

Studente alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Trento

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