Oltre all’Autonomia si insegni anche il diritto

Lettera pubblicata sul giornale l’Adige il 29/08/2017

Il Trentino, ancora alla fine degli anni Cinquanta, rimaneva in una situazione economicamente arretrata, tanto che era classificato nei piani di programmazione nazionale come “zona montana depressa”. Mancava un’università e i Trentini “promettenti” erano costretti a scappare in cerca di formazione altrove. Basta consultare – andando un po’ indietro – gli scritti politici di Cesare Battisti per trovare “sulla domanda di una Università italiana in Austria” e comprendere la situazione, che è rimasta pressoché immutata dopo le due guerre.

Gli anni Sessanta sono, però, gli anni della svolta. In questi anni nasce l’Istituto Trentino di Cultura, che poi diventerà Libera Università degli Studi di Trento. Grazie a una classe dirigente responsabile che ha fatto della programmazione un vero e proprio metodo di governo tra 1970 e il 1979 il Trentino può vantare di un tasso di crescita del 5,6% annuo, mentre quello italiano si ferma al 3,8%. L’autonomia e una buona classe di burocrati hanno aiutato politici lungimiranti come Bruno Kessler a portare il Trentino a essere pioniere a livello nazionale quanto a urbanistica e pianificazione economica. Nell’estate del 1967 con l’approvazione del piano urbanistico provinciale (Pup) – di cui ha parlato l’assessore Daldoss in un suo recente intervento sull’Adige – e nel 1968 con il piano economico provinciale (Pep).

Lo statuto del 1972 ha modificato radicalmente gli assetti autonomistici e delineato il sistema in cui viviamo. Le province autonome di Trento e Bolzano rappresentano un unicum nel quadro legislativo italiano e vengono spesso portate come esempio di buon governo. Mi è capitato però spesso, discutendo con coetanei, di percepire l’autonomia come poco sentita e compresa dai giovani. Vista perlopiù o come un privilegio o come una situazione solo transitoria verso il più “normale” centralismo. Merito, forse, dei sempre più frequenti invidiosi attacchi esterni o di un programma di storia dell’ultimo anno che si ferma – nei casi più fortunati – a poco dopo la seconda guerra mondiale.

Ben venga, dunque, la mozione del consigliere Lorenzo Baratter approvata nel dicembre 2014. L’idea iniziale del consigliere era quella di far diventare la storia dell’autonomia una vera e propria materia scolastica. Idea – mi permetto di affermare – dai contorni dubbi e anche un po’ maleodorante di propaganda politica.

A ottobre dell’anno scorso però la presentazione del progetto “officina della storia” gestito dagli studiosi della Fondazione Museo storico del Trentino ha fugato ogni dubbio. Con l’a.s. 2016/2017 lo studio dell’autonomia è entrato a far parte obbligatoriamente (nel rispetto, però, dell’autonomia scolastica di ogni singola scuola) dei progetti di istituto e la Fondazione ha elaborato dei percorsi ad hoc per spiegare agli studenti la storia dell’autogoverno trentino con proposte che spaziano dal principato vescovile al Novecento.

Progetto, quindi, che – in questi termini – assolve anche a “promuovere la consapevolezza della specialità trentina, la conoscenza degli usi, dei costumi e delle tradizioni trentine nonché la conoscenza della storia locale e delle istituzioni autonomistiche”: lettera d dell’art. 2 (Finalità e principi generali) della legge provinciale sulla scuola del 2006. Inoltre, lasciando da parte slogan e propaganda politica, come a detta del presidente Rossi: “autonomia vuol dire consapevolezza ed educazione alla cittadinanza”. Questo progetto sicuramente, vista la qualità dell’offerta, può essere un’ottima occasione per completare questi due obiettivi.

Vi è però un’altra finalità da perseguire: “educare ai principi della vita, della legalità e della cittadinanza responsabile, della pace, della solidarietà e della cooperazione anche internazionale, rafforzando nei giovani la dimensione globale della loro cittadinanza” (lettera f, art. 2 della legge). Mi riferisco in particolare all’educazione civica. Dovrebbe essere una priorità promuovere a livello provinciale, oltre all’insegnamento della storia dell’autonomia, iniziative di educazione alla cittadinanza nelle scuole per contrastare l’ondivaga linea nazionale al riguardo.

Credo, soprattutto, potrebbe essere utile l’insegnamento dei fondamenti del diritto anche in collaborazione con l’Università. Parlo di alcune conoscenze base quali: le fonti del diritto e il funzionamento degli organi costituzionali. Per poi non parlare del funzionamento delle istituzioni europee, che influenzano – più o meno consapevolmente – il nostro quotidiano con regolamenti ad efficacia diretta. Conoscenze, queste, che vengono richieste agli studenti nei test di ingresso alle università di ambito economico-giuridico e che devono per ora essere acquisite autonomamente.

L’introduzione di iniziative in questo campo sarebbe una secca risposta anche al distacco dei giovani dalla politica; sempre più un dato di fatto che un luogo comune. L’insegnamento del diritto in tal senso, mi preme sottolinearlo, non sarebbe in chiave aziendalistica, ma con il nobile intento di formare un cittadino consapevole e abile di muoversi nella realtà che lo circonda. Intento per ora affidato perlopiù alla fortuna del singolo studente di trovare professori sensibili o meno al riguardo.

Federico Duca

  • Qui la legge provinciale sulla scuola del 2006 a cui faccio riferimento nella lettera
  • Qui più dettagli sulla proposta per le scuole della Fondazione Museo storico del Trentino (dal sito dell’ufficio stampa della Provincia autonoma di Trento)

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Le lezioni private, “ricetta” sbagliata

Pubblico qui un interessantissimo intervento sulle lezioni private: emblema della distanza tra scuola e famiglia. Ringrazio il prof. Giovanni Ceschi, docente di Latino e Greco al Liceo classico, per la gentile concessione. Felice di aver anche soltanto ispirato un tale intervento, vi auguro buona lettura.

Articolo pubblicato in prima pagina sul giornale l’Adige il 07/08/2017

Uno studente, dopo aver letto il mio intervento sull’Adige di qualche giorno fa, ha osservato che emblema della distanza tra scuola e famiglia sono le lezioni private imperversanti specie nel periodo estivo, come conseguenza delle carenze formative assegnate al termine dell’anno scolastico. E bravo Federico. Ne traggo anzitutto la considerazione che esistono eccome, studenti riflessivi sulla scuola e non soltanto nella scuola. Mi chiedo poi se il problema sia peculiarmente trentino e rispondo subito che no, è problema nazionale. Sintomo di una scuola che funziona così così, senza distinzione di latitudine.

Fin dal Dlgs 297/94 (art. 508, sulle incompatibilità) gli insegnanti sono tenuti ad avvertire i presidi qualora decidano di dare ripetizioni, in ragione del salario aggiuntivo percepito, ad astenersi dall’accettare richieste di studenti del proprio istituto, a dichiarare fiscalmente le entrate.

Inutile dire che la normativa è in genere elusa, con indifferenza consapevole di una sostanziale improficuità del sistema scuola nel colmare le lacune generate, o comunque non arginate, dal sistema stesso. Al punto che, alcuni anni orsono, un collega di Como che rilasciava ricevuta fu accolto dall’opinione pubblica come un marziano.

In Trentino il mercato delle ripetizioni private è persino favorito dal meccanismo di promozione che, avendo abolito l’esame a settembre, genera nelle situazioni più gravi una progressiva voragine di competenza che i genitori tentano disperatamente di colmare, inconsapevoli di una soglia limite oltre la quale c’è comunque promozione ma diciamolo pure – anche impossibilità di recuperare un livello decente.

Preferibile, certo, a quanti hanno già mangiato la foglia e trasformato il proprio figliolo in una sorta di «non avvalente» della disciplina. Promozione (e aggiuntiva vergogna) garantita, anche qui. Casi limite, per fortuna.

Resta il fatto che il mercato delle ripetizioni prolifera anche dove l’esame a settembre è rimasto, e alla spudoratezza subentra l’ipocrisia. L’obiettivo è in quel caso più immediato: il superamento dell’anno; la percezione da parte delle famiglie non diversa: una scuola che abdica al proprio ruolo educativo e dichiara livelli di successo formativo sulla carta, in presenza di un’efficacia tanto limitata da indurre ad affidarsi a docenti esterni, più o meno giovani e quotati, chiamati a sopperire non sempre solo alle lacune degli studenti ma anche – talora in primis – a quelle degli insegnanti titolari di cattedra.

Nessuna difesa d’ufficio per chi non s’impegna, s’intende. Ognuno sta solo, trafitto dal proprio destino, non di rado in una gabbia auto-costruita. Ma spesso alla salutifera piaga delle lezioni private soggiacciono in particolare quelle famiglie che hanno percezione di un livello non adeguato raggiunto dai figli; talora anche di fronte a una promozione senza carenze. A dire che se è la scuola a mentire, per quieto vivere, soddisfazione (?) dell’utenza e dirigenti interessati più al premio produttività che alla produttività di una scuola premiante davvero, ebbene: saranno i genitori più consapevoli a perseguire quel livello autentico cui la stessa istituzione ha abdicato, timbrando in nome del marketing autentici falsi in atto pubblico.

«Lettera a una professoressa» di don Lorenzo Milani compie cinquant’anni. Così vi si legge, con tono forse un po’ generalizzante per l’epoca ma profetico dell’attualità: «Ci sono dei professori che fanno ripetizioni a pagamento. Invece di rimuovere gli ostacoli, lavorano a aumentare le differenze. La mattina sono pagati da noi per fare scuola eguale a tutti. La sera prendono denaro dai più ricchi per fare scuola diversa ai signorini. A giugno, a spese nostre, siedono in tribunale e giudicano le differenze. Non è che il babbo di Gianni non sappia che esistono le ripetizioni. È che avete creato un’atmosfera per cui nessuno dice nulla. Sembrate galantuomini».

La differenza sostanziale di quella scuola dalla nostra, di cinquant’anni dopo, si misura con il metro dell’onestà intellettuale: ora i docenti siedono in commissione d’esame di maturità (o di superamento della carenza formativa) e dichiarano che sì, quella carenza formativa o quell’esame risultano superati. Non ci sono più nemmeno volontà e coraggio di mettere in luce una distanza tra scuole differenti: tutti egualmente diplomati e soddisfatti. Ma la differenza resta e sarà messa in luce, impietosamente, dalla vita. Pierini e Gianni senza distinzione, all’esame della vita adulta, saranno premiati o puniti semmai dall’avere avuto genitori consapevoli o inclini all’auto-inganno. E intanto sembriamo galantuomini.

Giovanni Ceschi

Insegna Latino e Greco al Liceo classico

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Invalsi a metà: Governo ostaggio della sinistra sindacale

Sul Corriere della Sera di ieri, Roger Abravanel (editorialista che seguo da tempo e che ha contribuito al dibattito pubblico sulla meritocrazia in ogni campo) ha commentato gli esiti della maturità di quest’anno pubblicati dal Miur, che ormai non fanno più notizia. Solito straripante successo delle scuole del Sud con una collezione di 100 e lode nettamente superiore a quella del Nord. Come nella mia recente lettera all’Adige, Abravanel propone i test Invalsi sia per ridare credibilità all’esame di maturità, sia in ottica di sostituire con essi i test d’ingresso universitari.

“Siamo in ritardo, ma la direzione è quella giusta” scrive Abravanel. Prima del decreto attuativo n. 62 del 13 aprile 2017 della legge n. 107/2015 (detta anche “buona scuola”), la direzione era effettivamente quella giusta. Il ministro Fedeli era orientato a includere nell’esame del secondo ciclo di istruzione i test Invalsi in sostituzione della terza prova. Con il decreto, però, c’è stato un “inspiegabile” passo indietro e i test Invalsi saranno solo di contorno alla nuova maturità del 2018/2019. I test Invalsi si terranno in un diverso periodo dell’anno e non andranno a comporre il voto finale, ma saranno soltanto allegati al “curriculum della studentessa e dello studente” e requisito necessario per l’ammissione all’esame di Stato.

Dopo il decreto è stata immediata la reazione della sinistra sindacale e politica. Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi: “Siamo sconcertati: le studentesse e gli studenti sono stati completamente inascoltati. Le nostre istanze sui test Invalsi non sono state minimamente prese in considerazione e il risultato del test verrà affiancato a quello della maturità”. E poi più avanti c’è stato l’affondo dei Cobas che hanno proclamato sciopero per il 3 e il 9 maggio: “dal quadro generale degli otto decreti attuativi della legge 107 – dichiarano i Cobas – emerge la centralità attribuita ai quiz Invalsi nella valutazione delle scuole, degli studenti e dei docenti. Per questa ragione il sindacato ha deciso di boicottarli.” Sciopero poi non tenutosi: l’astensione proclamata dai Cobas è stata annullata dalla commissione di garanzia a causa di una sovrapposizione con un’altra protesta del pubblico impiego. Studenti e docenti della sinistra sindacale, quindi, tutti uniti contro la valutazione dell’istituto Invalsi.

Questo “inspiegabile” passo indietro del Consiglio dei Ministri è davvero così inspiegabile?

Non è poi così difficile immaginarsi una reazione di questa parte di sinistra dinnanzi all’introduzione totale – e non parziale e incompleta come adesso – dei test Invalsi nell’esame di maturità. Il Governo, già fragile, sarebbe stato messo in crisi da scioperi ben più reclamati dai sindacati. L’obiettivo del Consiglio dei Ministri è stato forse quello di contenere la sinistra sindacale (già ampiamente provocata con la Buona scuola), che dovrebbe vedere nel Pd e nel Governo la rappresentazione delle proprie istanze.

Il Governo è stato ostaggio di una scuola ormai incallita nel conservatorismo della sinistra sindacale, che come una vecchia si lamenta dei suoi mali, ma non vuole nemmeno andare dal dottore a farseli diagnosticare. La valutazione fa paura. Meglio una zuccherina soluzione omeopatica; meglio i test invalsi introdotti a metà.

L’omeopatia, però, non funzionerà ancora a lungo. Speriamo di non dover recarci al suo funerale.

Federico Duca

  • Qui tutti i dati sulla maturità del 2017 pubblicati su “Info Data” del Sole 24 Ore

 

Pensiamo ai test Invalsi anche per la maturità

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 22/07/2017

É estate ed è tempo di scrutini anche per la scuola. Come ogni anno, viene pubblicato il rapporto sui risultati Invalsi dal ministero e come sempre emerge che in Italia vi sono ancora troppe differenze tra nord e sud. E’ grazie ai dati Invalsi che emergono analisi di pregio come quella della prof.ssa Maria De Paola pubblicata sull’Adige di mercoledì 19 luglio. Peccato che analisi di questo tipo tendano poi ad evaporare con l’afa estiva e a inizio anno scolastico ci si è già dimenticati del problema che rimane annoso.

Anche quest’anno la maturità è finita e la scuola può riporre nell’armadio i suoi vestiti buoni in attesa del prossimo. La scuola d’estate si fa bella e si traveste da istituzione: il flebile “consiglio di classe” si fa da parte e lascia spazio alla temuta “commissione”. I maturandi sono per la prima volta da soli – o così dovrebbe essere – dinnanzi ai loro limiti. La maturità è la prima vera prova della vita e il clan familiare si risveglia e pone attenzioni mai viste sul pargolo interessato, forse per paura di far sfigurare il buon nome della famiglia con un esito negativo o forse per l’importanza che la maturità rivestiva prima.

Vi è ancora nei nostri genitori l’idea di una maturità che possa influenzare la nostra carriera lavorativa. La realtà, però, è tutt’altra. Gli alunni nell’ultimo anno sono alle prese con una miriade di impegni (certificazioni linguistiche, patente di guida e test di ingresso all’università) e la maturità diventa quasi marginale. Nel bel mezzo della primavera e della preparazione all’esame di stato irrompono molte università – come ospiti scomodi e famelici – con i loro test di ingresso dove vengono richieste conoscenze e competenze diverse dall’esame. E’ inevitabile la corsa degli alunni, che agognano molto più l’ingresso all’università che un buon voto alla maturità. Questa situazione è emblematica di come non vi sia intesa tra università e scuola superiore di secondo grado.

Il risultato è che adesso la maturità nella realtà fattuale non è nient’altro che un mero rito di passaggio dissacrato. Con il decreto attuativo n. 62 del 13 aprile 2017 della famigerata legge di delega n. 107/2015 (c.d. “buona scuola”) si è persa una grandissima occasione per poter ridare linfa vitale all’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione.

L’idea iniziale di riforma era quella di mantenere la prima e la seconda prova, sostituendo però la terza prova con un test Invalsi nazionale di italiano, matematica e inglese. Poi, però, ad aprile c’è stato un “inspiegabile” passo indietro e dall’a.s. 2018/2019 gli alunni dovranno sostenere una maturità dove viene abolita la terza prova, data più importanza in crediti al percorso scolastico del triennio e nel colloquio orale il candidato esporrà – al posto della solita tesina – “anche mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l’esperienza di alternanza scuola-lavoro svolta nel percorso di studi” (art. 17 co. 9 del decreto legislativo).

L’Invalsi che fine ha fatto? E’ stata aggiunta, per fortuna, la valutazione della lingua inglese (come previsto) “attraverso prove di posizionamento sulle abilita’ di comprensione e uso della lingua, coerenti con il Quadro comune di riferimento europeo per le lingue, eventualmente in convenzione con gli enti certificatori” (art. 19 co. 2).

L’Invalsi però verrà effettuato in un periodo diverso e non a ridosso dalla maturità, ma dovrà essere sostenuto dai candidati per essere ammessi all’esame di stato e l’esito distintamente per ciascuna delle discipline verrà annotato nel “diploma finale e curriculum della studentessa e dello studente” (art. 21).

Si è persa una grande occasione escludendo il test Invalsi. Includerlo nella maturità sarebbe stato in linea con la ratio della norma che a detta del ministro Fedeli doveva essere di “migliorare la qualità del sistema nazionale di istruzione”.

Con l’introduzione del test Invalsi nella maturità si sarebbero, infatti, potuti perseguire a livello nazionale degli obiettivi comuni cercando di limare le diseguaglianze tra nord e sud. Inoltre, un test Invalsi uguale per tutti a livello nazionale – creato in accordo con le università – avrebbe potuto avere un valore rilevante per l’ammissione all’università in aggiunta a eventuali test di ammissione meno invasivi. Si sarebbe, insomma, potuta ridare vitalità all’esame di maturità rendendolo di nuovo utile e inserito nel sistema attuale.

Non si chiede che la scuola superiore sia schiava e finalizzata all’università, ma una maggiore intesa e leale collaborazione tra questi due mondi sarebbe auspicabile. Forse abbiamo perso una buona occasione per fare iniziare a cooperare davvero questi due universi.

Federico Duca

Studente della Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

  • Qui il decreto attuativo n. 62 del 13 aprile 2017 pubblicato in Gazzetta Ufficiale a cui faccio riferimento nella lettera.


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