Invalsi a metà: Governo ostaggio della sinistra sindacale

Sul Corriere della Sera di ieri, Roger Abravanel (editorialista che seguo da tempo e che ha contribuito al dibattito pubblico sulla meritocrazia in ogni campo) ha commentato gli esiti della maturità di quest’anno pubblicati dal Miur, che ormai non fanno più notizia. Solito straripante successo delle scuole del Sud con una collezione di 100 e lode nettamente superiore a quella del Nord. Come nella mia recente lettera all’Adige, Abravanel propone i test Invalsi sia per ridare credibilità all’esame di maturità, sia in ottica di sostituire con essi i test d’ingresso universitari.

“Siamo in ritardo, ma la direzione è quella giusta” scrive Abravanel. Prima del decreto attuativo n. 62 del 13 aprile 2017 della legge n. 107/2015 (detta anche “buona scuola”), la direzione era effettivamente quella giusta. Il ministro Fedeli era orientato a includere nell’esame del secondo ciclo di istruzione i test Invalsi in sostituzione della terza prova. Con il decreto, però, c’è stato un “inspiegabile” passo indietro e i test Invalsi saranno solo di contorno alla nuova maturità del 2018/2019. I test Invalsi si terranno in un diverso periodo dell’anno e non andranno a comporre il voto finale, ma saranno soltanto allegati al “curriculum della studentessa e dello studente” e requisito necessario per l’ammissione all’esame di Stato.

Dopo il decreto è stata immediata la reazione della sinistra sindacale e politica. Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi: “Siamo sconcertati: le studentesse e gli studenti sono stati completamente inascoltati. Le nostre istanze sui test Invalsi non sono state minimamente prese in considerazione e il risultato del test verrà affiancato a quello della maturità”. E poi più avanti c’è stato l’affondo dei Cobas che hanno proclamato sciopero per il 3 e il 9 maggio: “dal quadro generale degli otto decreti attuativi della legge 107 – dichiarano i Cobas – emerge la centralità attribuita ai quiz Invalsi nella valutazione delle scuole, degli studenti e dei docenti. Per questa ragione il sindacato ha deciso di boicottarli.” Sciopero poi non tenutosi: l’astensione proclamata dai Cobas è stata annullata dalla commissione di garanzia a causa di una sovrapposizione con un’altra protesta del pubblico impiego. Studenti e docenti della sinistra sindacale, quindi, tutti uniti contro la valutazione dell’istituto Invalsi.

Questo “inspiegabile” passo indietro del Consiglio dei Ministri è davvero così inspiegabile?

Non è poi così difficile immaginarsi una reazione di questa parte di sinistra dinnanzi all’introduzione totale – e non parziale e incompleta come adesso – dei test Invalsi nell’esame di maturità. Il Governo, già fragile, sarebbe stato messo in crisi da scioperi ben più reclamati dai sindacati. L’obiettivo del Consiglio dei Ministri è stato forse quello di contenere la sinistra sindacale (già ampiamente provocata con la Buona scuola), che dovrebbe vedere nel Pd e nel Governo la rappresentazione delle proprie istanze.

Il Governo è stato ostaggio di una scuola ormai incallita nel conservatorismo della sinistra sindacale, che come una vecchia si lamenta dei suoi mali, ma non vuole nemmeno andare dal dottore a farseli diagnosticare. La valutazione fa paura. Meglio una zuccherina soluzione omeopatica; meglio i test invalsi introdotti a metà.

L’omeopatia, però, non funzionerà ancora a lungo. Speriamo di non dover recarci al suo funerale.

Federico Duca

  • Qui tutti i dati sulla maturità del 2017 pubblicati su “Info Data” del Sole 24 Ore

 

Pensiamo ai test Invalsi anche per la maturità

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 22/07/2017

É estate ed è tempo di scrutini anche per la scuola. Come ogni anno, viene pubblicato il rapporto sui risultati Invalsi dal ministero e come sempre emerge che in Italia vi sono ancora troppe differenze tra nord e sud. E’ grazie ai dati Invalsi che emergono analisi di pregio come quella della prof.ssa Maria De Paola pubblicata sull’Adige di mercoledì 19 luglio. Peccato che analisi di questo tipo tendano poi ad evaporare con l’afa estiva e a inizio anno scolastico ci si è già dimenticati del problema che rimane annoso.

Anche quest’anno la maturità è finita e la scuola può riporre nell’armadio i suoi vestiti buoni in attesa del prossimo. La scuola d’estate si fa bella e si traveste da istituzione: il flebile “consiglio di classe” si fa da parte e lascia spazio alla temuta “commissione”. I maturandi sono per la prima volta da soli – o così dovrebbe essere – dinnanzi ai loro limiti. La maturità è la prima vera prova della vita e il clan familiare si risveglia e pone attenzioni mai viste sul pargolo interessato, forse per paura di far sfigurare il buon nome della famiglia con un esito negativo o forse per l’importanza che la maturità rivestiva prima.

Vi è ancora nei nostri genitori l’idea di una maturità che possa influenzare la nostra carriera lavorativa. La realtà, però, è tutt’altra. Gli alunni nell’ultimo anno sono alle prese con una miriade di impegni (certificazioni linguistiche, patente di guida e test di ingresso all’università) e la maturità diventa quasi marginale. Nel bel mezzo della primavera e della preparazione all’esame di stato irrompono molte università – come ospiti scomodi e famelici – con i loro test di ingresso dove vengono richieste conoscenze e competenze diverse dall’esame. E’ inevitabile la corsa degli alunni, che agognano molto più l’ingresso all’università che un buon voto alla maturità. Questa situazione è emblematica di come non vi sia intesa tra università e scuola superiore di secondo grado.

Il risultato è che adesso la maturità nella realtà fattuale non è nient’altro che un mero rito di passaggio dissacrato. Con il decreto attuativo n. 62 del 13 aprile 2017 della famigerata legge di delega n. 107/2015 (c.d. “buona scuola”) si è persa una grandissima occasione per poter ridare linfa vitale all’esame conclusivo del secondo ciclo di istruzione.

L’idea iniziale di riforma era quella di mantenere la prima e la seconda prova, sostituendo però la terza prova con un test Invalsi nazionale di italiano, matematica e inglese. Poi, però, ad aprile c’è stato un “inspiegabile” passo indietro e dall’a.s. 2018/2019 gli alunni dovranno sostenere una maturità dove viene abolita la terza prova, data più importanza in crediti al percorso scolastico del triennio e nel colloquio orale il candidato esporrà – al posto della solita tesina – “anche mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l’esperienza di alternanza scuola-lavoro svolta nel percorso di studi” (art. 17 co. 9 del decreto legislativo).

L’Invalsi che fine ha fatto? E’ stata aggiunta, per fortuna, la valutazione della lingua inglese (come previsto) “attraverso prove di posizionamento sulle abilita’ di comprensione e uso della lingua, coerenti con il Quadro comune di riferimento europeo per le lingue, eventualmente in convenzione con gli enti certificatori” (art. 19 co. 2).

L’Invalsi però verrà effettuato in un periodo diverso e non a ridosso dalla maturità, ma dovrà essere sostenuto dai candidati per essere ammessi all’esame di stato e l’esito distintamente per ciascuna delle discipline verrà annotato nel “diploma finale e curriculum della studentessa e dello studente” (art. 21).

Si è persa una grande occasione escludendo il test Invalsi. Includerlo nella maturità sarebbe stato in linea con la ratio della norma che a detta del ministro Fedeli doveva essere di “migliorare la qualità del sistema nazionale di istruzione”.

Con l’introduzione del test Invalsi nella maturità si sarebbero, infatti, potuti perseguire a livello nazionale degli obiettivi comuni cercando di limare le diseguaglianze tra nord e sud. Inoltre, un test Invalsi uguale per tutti a livello nazionale – creato in accordo con le università – avrebbe potuto avere un valore rilevante per l’ammissione all’università in aggiunta a eventuali test di ammissione meno invasivi. Si sarebbe, insomma, potuta ridare vitalità all’esame di maturità rendendolo di nuovo utile e inserito nel sistema attuale.

Non si chiede che la scuola superiore sia schiava e finalizzata all’università, ma una maggiore intesa e leale collaborazione tra questi due mondi sarebbe auspicabile. Forse abbiamo perso una buona occasione per fare iniziare a cooperare davvero questi due universi.

Federico Duca

Studente della Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

  • Qui il decreto attuativo n. 62 del 13 aprile 2017 pubblicato in Gazzetta Ufficiale a cui faccio riferimento nella lettera.


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