I guai della città, la movida va disciplinata

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale Trentino il 15/04/2018

Ho letto molti interventi sul degrado del quartiere San Pietro. Primo tra tutti la “passeggiata nel quartiere” di Sandro Schmid sul Trentino del 20 marzo. Tutti questi interventi sono accomunati da un grosso limite, che ne preclude la comprensione completa del fenomeno. Le analisi e le opinioni espresse si fondano su un’osservazione della realtà diurna.

Non serve scomodare i romani, che vi hanno eretto l’anfiteatro della Tridentum, per sottolineare la bellezza, l’importanza e la rilevanza turistica del quartiere che versa oggi in una situazione di intollerabile degrado. I problemi che affliggono il quartiere sono quattro: spaccio di sostanze stupefacenti, scritte sui muri, sporcizia e schiamazzi notturni.

Per quanto riguarda lo spaccio, è inutile prendersi in giro: tra quest’ultimo e la movida un qualche collegamento esiste. San Pietro costituisce oggi una nuova piazza per questo illecito. Inoltre, c’è da sottolineare che il quartiere costituisce un luogo ideale per lo spaccio, che si verifica tutto il giorno e non solo di notte. Vicoli, anfratti (difficilmente raggiungibili dalle volanti delle forze dell’ordine), il parco San Marco e luoghi dove sostare creano le condizioni ideali per la proliferazione di questa attività illegale. Per spaccio e scritte vedo una immediata soluzione comune: poche telecamere nei luoghi più sensibili e più presenza delle forze dell’ordine nel quartiere, che fungano da deterrente per entrambi i problemi. L’accordo tra soprintendenza e Comune per la rimozione delle scritte è sicuramente una buona idea, ma non risolve il problema a monte (le nuove scritte apparse sulla chiesa di San Pietro ne sono la dimostrazione).

Per quanto riguarda invece sporcizia, urine e schiamazzi notturni la soluzione è ben più complessa. Poiché, come si suol dire, “la madre degli imbecilli è sempre incinta”, atti di inciviltà ci sono e ci saranno sempre nei luoghi di aggregazione notturna, a maggior ragione se gli imbecilli di cui sopra sono imbevuti di alcool. Per questo, serve una seria e definitiva organizzazione della movida cittadina per non vessare singoli quartieri.

Cosa ha fatto e cosa intende fare l’amministrazione comunale per risolvere il problema? E prima ancora, perché ha permesso che nel raggio di cento metri in linea d’aria dalla chiesa di San Pietro vi siano ben nove attività che propongono un’offerta simile e rimangono aperte oltre le nove di sera? Non serve uno statista per capire che i problemi che riguardano la quiete notturna sono e saranno all’ordine del giorno.

L’amministrazione comunale ha agito – a mio parere – in maniera sconsiderata e con soluzioni di facciata, che fanno intendere di non aver compreso la profondità del problema. A dicembre, a seguito delle più che legittime lamentele dei residenti, il comune ha emesso un’ordinanza nei confronti del locale additato di essere la causa di tutti i problemi. Questa ordinanza ha di certo migliorato la situazione, ma non la ha risolta. Pertanto l’intervento comunale, poiché non risolutivo, ha soltanto infastidito tutte le parti coinvolte.

Ritengo che il problema derivi fondamentalmente da un’annosa cattiva gestione della movida del capoluogo. Trento non è una città come le altre: qui il centro storico è ancora fortunatamente un’area residenziale. Basta guardarsi intorno per capire che siamo circondati da montagne, che l’espansione della città è agli sgoccioli e che il centro storico deve necessariamente rimanere un’area residenziale e non può essere ostaggio di una movida indisciplinata, come avviene in molte altre città italiane. Chi parlando della nostra città non postula ciò, non conosce la realtà in cui vuole agire.

Per una città atipica servono soluzioni atipiche che rispettino la quiete dei residenti, ma che allo stesso tempo possano accontentare una vasta fetta di popolazione composta da studenti universitari. Credo che movida e cultura non siano termini molto distanti e, se presi realmente in considerazione, pensati e pianificati potrebbero diventare una carta vincente per la città. Il tutto dovrebbe essere visto come una opportunità per Trento e non come una insidiosa richiesta. Una opportunità che se coniugata bene nella pratica gioverebbe a tutti: studenti, esercenti, residenti e politica.

Le soluzioni ci sarebbero. Innanzitutto, il fenomeno del quartiere San Pietro ci dimostra che mancano a Trento luoghi di aggregazione oltre mezzanotte e che i pochi che ci sono vengono – ovviamente – presi d’assalto. A rigor di logica, maggiori luoghi di aggregazione diffusi per tutta la città potrebbero risolvere la situazione e non vessare alternatamente singoli quartieri. Il prototipo di locale che funziona all’interno del centro storico è un locale che nel pomeriggio offra una valida attività culturale alla cittadinanza (conferenze, mostre e dibattiti) e che la sera invece offra svago ai più giovani senza esasperare i residenti, magari con dei live di artisti trentini emergenti all’interno. La soluzione vincente è riqualificare luoghi abbandonati e darli in gestione a privati attraverso bandi, in modo da poterne fortemente orientare i progetti. L’ottima riuscita di alcune attività 1 che provengono dalla riqualificazione di zone abbandonate ci dimostrano che la strada è assolutamente quella giusta. Il progetto di riqualificazione di piazza Mostra, per cui verranno spesi 1 milione e mezzo di euro, potrebbe per esempio essere sostenuto anche dalla riqualificazione della ex-questura in tal senso.

Molte altre, però, potrebbero essere le soluzioni. La mia è solo una proposta per un problema sentito da tutti in città. Le recenti cronache, i numerosi interventi e i fiumi di parole spesi al riguardo ci dimostrano che è un problema sentito e che va risolto. La classe dirigente che se ne farà realmente carico avrà di certo il merito tra qualche anno di aver avuto lungimiranza. Per questo, il rilancio culturale deve essere ancora al centro dell’agenda politica provinciale e comunale dei prossimi anni.

Federico Duca

Studente Facoltà di Giurisprudenza all’università di Trento

1 mi riferisco in particolare ad attività come l’attuale Bookique. Prima luogo semi-abbandonato e degradato, adesso grazie alla riqualificazione operata dal Comune e all’ottima gestione del vincitore del bando è un buon esempio di quello che intendo. Il bando di gara per la concessione del Caffè Letterario Predara (dal sito del Comune, si veda “oggetto della gara” a p. 2 del file .pdf da scaricare) potrebbe essere il bando modello per la concessione di altri luoghi riqualificati e per la cooperazione con altri privati.

(L’immagine in copertina è stata tratta da un articolo de Il Dolomiti)

fullsizeoutput_796fullsizeoutput_798

Biblioteca di via Roma, degrado non più tollerabile

Lettera pubblicata in prima pagina sul giornale l’Adige il 23/02/2015

Vorrei porre all’attenzione dell’amministrazione comunale e dell’opinione pubblica un problema ormai noto: il degrado della sede centrale della biblioteca di Trento. Penso che, in quanto studente, sia per me più urgente questo problema, piuttosto che qualsiasi altro inerente la movida. Ho deciso di scrivere questo appello quando uno di questi giorni, da frequentatore abituale della biblioteca per consultazione e studio, sono entrato nella magnifica sala liberty Manzoni adibita alla consultazione e l’ho confusa con una sala dedita al bivacco. Mi sono sentito profondamente offeso e mi sento ogni volta offeso come cittadino a vedere la profanazione di un tale luogo storico e di cultura. La nostra biblioteca non solo rappresenta la storia della nostra città, ma di tutto il Trentino: fu aperta al pubblico nel 1856 e rappresenta tutta la nostra storia in quanto luogo di memoria e documentazione della cultura italiana del nostro territorio, organizzata però con il modello generale tedesco di biblioteca tripartita (dreigeteilte Bibliothek).

L’immenso patrimonio culturale è reso fruibile da un personale estremamente valido e competente che permette una media di 652 prestiti al giorno. La situazione di degrado va a precluderne le finalità (articolo 2, «finalità e compiti» del regolamento della biblioteca comunale e dell’archivio storico), dove non mi pare compaiano lati assistenziali dell’istituzione. Inoltre, la biblioteca subisce una continua e recidiva violazione dell’articolo 8 («diritti e doveri degli utenti») punto 4: taluni individui, infatti, continuano a violare il silenzio e a comunicare verbalmente attraverso apparecchi mobili, recando disturbo agli altri utenti e al personale. I divanetti della sala Manzoni posti per la consultazione vengono usati per il bivacco di senzatetto e altri individui non proprio raccomandabili, i bagni sono inagibili se non poco dopo la pulizia, anche perché usati non prettamente per esigenze fisiologiche e, infine, sono continui i diverbi che disturbano la quiete. La presenza della ronda, che, intendiamoci, svolge correttamente il suo lavoro, è pressoché inutile visto che una volta sollecitati, questi riprendono le loro consuete attività. Episodi di degrado e spaccio, inoltre, si registrano dal 2008 e, considerando che la ristrutturazione si è conclusa nel 2002, la cittadinanza ha potuto beneficiare serenamente del servizio per soli sei anni.

L’interrogativo sorge spontaneo: è questo il triste destino a cui sono esposte la cultura e la storia della nostra città? Invece di appellarsi al buonismo, al moralismo e all’accoglienza, se non anche al lassismo ad ogni costo – strada di gran lunga più facile – perché non riconoscere il problema e tentare di risolverlo con raziocinio? Bisognerebbe, innanzitutto, definire e circoscrivere cultura e assistenza e per prima cosa fornire ai senzatetto le adeguate strutture di accoglienza. La vicinanza alla stazione non è una giustificazione, anzi, una ulteriore manifestazione di assenza territoriale. Si potrebbero immediatamente apportare delle soluzioni: per quanto riguarda la sala Manzoni, usare la sala solo per il prestito e non per studio e consultazione, togliendo i divanetti per evitare, quindi, il bivacco. I bagni, invece, basterebbe chiuderli per obbligare così gli utenti a depositare un documento o il tesserino per avere la chiave di ingresso. Si dovrebbe garantire un maggiore controllo soprattutto al piano terra; si potrebbe pensare a una sorta di isolamento del piano terra come alla Sala Borsa di Bologna per filtrare l’accesso ai piani superiori attraverso maggiore controllo.

Queste sono solo proposte, poi spetta alla giunta prendere gli opportuni provvedimenti. È pur vero che siamo un’isola felice e che dobbiamo questa felicità a un’autonomia guadagnata, ma per preservarla e, perché no, migliorarla bisogna riconoscere e agire sui problemi; risolvere ciò può essere uno degli ultimi obiettivi della giunta attuale o il primo della prossima. Io continuo a studiare, possibilmente ogni tanto anche nella nostra bellissima biblioteca quando il clima sarà più sereno.
Nell’attesa e nella speranza che la sede di via Roma venga restituita ai cittadini e ai fruitori.

Federico Duca
Studente del Liceo classico «G. Prati»

  • Qui la lettera pubblicata su l’Adige.it
  • Il giorno successivo al mio intervento è stato pubblicato su l’Adige il servizio di Marica Viganò “In biblioteca c’è chi stende i panni: viaggio nella sede di via Roma, luogo di bivacco per i tanti senza tetto” (p. 18, l’Adige, 24/02/2015). Nel servizio è presente un’intervista al dirigente della biblioteca e un’intervista ai consiglieri comunali Corrado Bungaro (presidente della commissione cultura) e Manfred de Eccher.
  • La lettera è stata inserita in un tentativo da parte del direttore dell’Adige di far emergere alcune criticità della città in vista delle elezioni comunali, lasciando spazio ai cittadini. Nella stessa settimana il sindaco di Trento, Alessandro Andreatta, ha risposto alle critiche con un intervento sullo stesso giornale.
fullsizeoutput_78f
La lettera è anche su l’Adige.it